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Il nonno guaritore

il nonno guaritore

L’attenzione di tutti gli occupanti della stanza era concentrata sul piatto, e in particolare su quelle tre gocce di olio che galleggiavano nell’acqua. E che non si mescolavano.
“Non sono loro, mi dispiace. Non posso fare niente per voi” aveva detto il nonno.
I genitori del bambino, sconsolati, si erano ripresi la canottierina del piccolo, su cui era stato posato il piatto. Non era necessario che fosse presente la persona vittima del presunto malocchio. Era sufficiente portare un indumento indossato sulla pelle.

“Nonno, perché non hai potuto levare il malocchio a Peppino?” aveva chiesto mia mamma non appena la coppia era uscita.
“Perché Peppino non ha il malocchio. Se una persona ha il malocchio, le tre gocce d’olio si allargano e si mischiano. Peppino ha qualche altra cosa, ma non so cosa”
“E perché Peppino non è venuto anche lui?”
“Perché non serve. È bastata la sua maglia per capire”.

A sette anni non si può capire proprio tutto, di una questione così strana.
Ma per mia mamma non era un problema: le piaceva lo stesso osservare suo nonno, anche se non capiva bene cosa succedeva. Le piaceva guardarlo mentre accoglieva le persone che avevano bisogno di aiuto e mentre ascoltava il loro problema. Si sentiva la sua assistente speciale, mentre gli teneva il piatto (perché a lui tremavano un po’ le mani), lo riempiva con l’acqua e gli porgeva l’olio e il sale. E le piaceva guardare il nonno, mentre mormorava quella litania incomprensibile, la formula magica che scacciava ogni malattia. Quelle parole che si possono imparare solo durante la notte di Pasqua.
Agli occhi di mia mamma, il nonno era un mago, e lei si sentiva parte di quella magia.

La guarigione più richiesta era senz’altro quella dal malocchio. Tutti si sentivano, in un modo o nell’altro, vittime del malocchio, oppure pensavano che un componente della famiglia potesse esserlo. Il sintomo era principalmente un malessere, di vario tipo. Il grande vantaggio, come già accennato, era quello di poter agire “in contumacia”, cioè in assenza dell’interessato. Cosa che valeva anche per gli animali domestici. Anche loro, infatti, potevano avere il malocchio: in quel caso, difficilmente si poteva trasportare un bue o una giumenta. Allora si strappava un pò di crine e si agiva su quello.
Ma c’erano anche altri male, ai quali il nonno sapeva porre rimedio: le insolazioni (“coglieva il sole”), il mal di pancia (“calava i vermi”), i reumatismi (“toglieva l’umidità dalle ossa”).

“Hanno bussato. Vai a vedere chi è” aveva chiesto il nonno.
I coniugi Giaquinta tornavano per la seconda volta nella giornata. La signora da tempo aveva un forte mal di testa, che non voleva passare. Stamani il nonno le aveva trovato il malocchio: anche mia mamma l’aveva capito, perché le tre gocce d’olio, su cui il nonno aveva buttato un pizzico di sale, si erano unite, formando una grossa macchia che si spandeva sulla superficie dell’acqua. “Sono loro” aveva detto con sicurezza.
‘Loro’ chi? Si chiedeva sempre mia mamma. E pensava a una squadra di diavoletti, responsabili del malocchio che affliggeva la signora.
Che per l’appunto era tornata per ripetere il rito, la seconda volta. Il malocchio infatti si scacciava in tre round, ripetendo la stessa procedura per tre volte.
“Tornate stasera, dopo cena, così finiamo” aveva detto il nonno salutandoli.

“E’ finita l’acqua santa. Ci serve stasera, quando torna la signora Giaquinta”.
Il terzo round era quello decisivo. Affinché il malocchio venisse definitivamente scacciato, serviva un’arma segreta: l’acqua da versare nel piatto doveva provenire da tre fonti diverse. Il massimo era che l’acqua fosse presa dai fonti battesimali delle tre chiese del paese. Diversamente, andava bene anche l’acqua delle tre fontane. Ma l’acqua santa era senz’altro più potente, si capisce.
Mia mamma in questo aveva un ruolo fondamentale. Toccava a lei, armata di una bottiglietta di vetro vuota, di quelle del succo di frutta, fare il giro delle tre chiese. Stando attenta a non farsi vedere da nessuno, entrava rapidamente in chiesa, affondava la bottiglietta nel fonte, e quando la sentiva abbastanza piena, usciva di corsa. Certe volte veniva sorpresa dal sacrestano. Allora abbandonava la bottiglietta e correva a casa.

“Nonno, ma glielo levi il malocchio alla Signora Giaquinta?” chiedeva mia mamma.
“Spero di si”
“E se glielo levi, che cosa ti regalano?”
“Quello che vogliono loro”
A mia mamma piaceva il lieto fine. Era contenta quando vedeva le persone andare via sollevate, per il malocchio tolto. E le piaceva anche indovinare cosa avrebbero regalato al nonno. La guarigione infatti non era valida se non veniva accompagnata da un dono: a discrezione del guarito, poteva essere una bottiglia di vino o di olio, una mezza dozzina di uova, ma anche 500 o 1000 lire, in casi davvero eccezionali.
“Secondo me ti regalano le uova, perché hanno le galline. Anzi, ti regalano una gallina intera!” fantasticava mia mamma.

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A leggere questa frase si pensa subito al traffico, vero? anzi, al “trafficu”, detto in siciliano. A me viene in mente il film “Johnny Stecchino”, quando Benigni attraversa in macchina il centro di Palermo con lo zio. Quest’ultimo, parlando delle tre piaghe della Sicilia, non manca di menzionare la più grave, che è appunto il “trafficu”, che con le sue “troppe machine, j’è tentacolari e votticoso” e diffama la Sicilia intera, ma in particolare, “Paleimmo”.

Invece gli autisti del titolo in questo caso non guidano. Se ne stanno tranquilli dentro a un bar, scomposti nei loro vari ingredienti, in attesa di un povero fesso inconsapevole non cada vittima del tipico scherzetto di un palermitano.

Ora vengo e mi spiego, come dice Montalbano. Me ne cammino tranquilla per Palermo insieme ai miei amici indigeni, per digerire la magnatella serale: pasta con le sarde, involtini alla palermitana e cassata di ricotta al forno. Fabio propone di prendere un bel digestivo al bar che è solo due isolati più avanti. Quando entriamo, saluta il barista con la seguente frase “Due autisti per favore. Belli ubriachi!”. Il cameriere non fa una piega.

“Teresa, ma cosa è questo autista?” chiedo alla mia amica. Lei fa una risatina e dice “ora lo scopri…l’importante è che bevi veloce”. Io sono sempre più curiosa. Mi chiedo anche perchè beviamo solo io e Fabio, quando abbiamo mangiato tutti e sei come degli sfondati.

Nel frattempo il cameriere, con sguardo concentrato e gesti eleganti, ha messo sul bancone due bicchieroni. Li riempie con un pò di spremuta d’arancia, limoncello, acqua gassata. Tutti si raccomandano con me e mi danno istruzioni: “Appena il cameriere ti dice VIA tu devi bere!”. Inizio a preoccuparmi. Osservo il cameriere che aggiunge da una boccia di vetro una polvere bianca, che mi sembra zucchero in polvere. Dà una mescolata e poi mi da il permesso di bere.

E qui accade l’imponderabile. Mentre afferro il bicchiere e me lo porto alla bocca, il liquido, al buon sapore di agrumi e un pò frizzante, inizia a crescere e a fare schiuma, e la schiuma esce dal bicchiere. Teresa continua a urlare “Bevi, veloce!”, ma la bevanda è più veloce di me, e si versa sulle mie mani e sul bancone, mentre cerco sì di bere, ma rischio allo stesso tempo di soffocare, tra le risate e questo fantastico drink che mi scende in gola.

Il gruppo si è diviso: c’è chi fa il tifo per me e chi si piega in due dalle risate, mentre mi impegno per far fronte alla situazione. A un certo punto metto a fuoco la scena che mi circonda e vedo due turisti, forse tedeschi o olandesi, ma comunque nordici, che osservano con una faccia tra l’incredulo, il curioso e lo schifato. Alla fine getto la spugna, arresa di fronte al bagno che mi sono fatta. Poso il bicchiere quasi vuoto (ma la quantità che sono riuscita a bere è stata davvero poca) sul bancone allagato e mi scuso col cameriere per il disastro combinato. “Non si preoccupi signorina, succede sempre così” dice sorridendo gentilmente.

“Scusi, ma che c’ha messo dentro? cocaina?” “No signorina. Semplice bicarbonato”

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Il Castello di Donnafugata, residenza di Don Balduccio Sinagra

Guardando gli ultimi episodi TV di Montalbano, il celebre Commissario nato dall’abilissima e divertentissima penna di Andrea Camilleri, mi è venuta voglia di raccontarvi (anche se i fan più accaniti queste cose le sanno già) che:

  • Vigata, la cittadina in cui Montalbano vive e lavora, non esiste. Il regista Sironi riesce abilmente a ricostruirla con un puzzle di alcuni dei luoghi più belli della provincia di Ragusa. La città, (che mi ha dato i natali) è una delle così dette province “babbe” della Sicilia orientale, cioè stupidotte, dove la mafia siciliana è più debole. Il termine è utilizzato in contrapposizione alle province “sperte” (cioè furbe e abili) della Sicilia occidentale, dove invece la mafia è più forte. Anche se questa contrapposizione non mi piace molto, perchè sembra attribuire una connotazione positiva al concetto di mafia, viene spesso utilizzata per dividere la Sicilia in due.
  • Il commissariato è allestito, nella prima serie televisiva, nell’edificio attaccato alla Chiesa di S. Giuseppe a Ragusa Ibla, la parte più antica di Ragusa e ricostruita su se stessa dopo il terremoto del 1693. Sempre a Ibla, risalendo Corso 25 Aprile, si trova il Circolo di Conversazione, un elegante edificio dei primi del ‘900, riservato i nobili ragusani affinchè vi potessero conversare e trascorrere il tempo, lontani e isolati dalla gente comune. E’ qui che il Dottor Pasquano gioca a carte, perdendo puntualmente. Proseguendo si giunge in Piazza del Duomo, su cui prospetta la chiesa di S. Giorgio. La piazza ricorre in più episodi: svariati funerali (il regista fa indossare a tutte le donne il velo di pizzo nero in testa, che, vi assicuro, non si porta più), riprese notturne, e un momento di relax del Commissario, che seduto al tavolino di un bar si gusta una granita al caffè con panna. Ma stavamo parlando del Commissariato: per gli episodi successivi è stato scelto il Municipio di Scicli. Anche Scicli fu distrutta dal terremoto del 1693. Elio Vittorini, ne “Le città del mondo”, la descrive così: “all’incrocio dei tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo di una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini”. Lì dove campeggia il cartello con la scritta 112, c’è  in realtà lo stemma del Comune. Sono molti i turisti-fan che entrano e chiedono ai dipendenti comunali pazienti, disponibili e ormai abituati a tali richieste, di poter dare “solo una sbirciatina” agli uffici del Commissario.
  • casa di Montalbano non si trova a Marinella, paese che non compare sulle mappe siciliane (però c’è un Santa Marinella nell’alto Lazio, tra Civitavecchia e Ladispoli, zone molto carine che si possono ammirare dal treno, soprattutto se se si prende un regionale) ma a Punta Secca, frazione del Comune di Santa Croce Camerina. La villetta che si affaccia direttamente sulla spiaggia è diventata in pochi anni uno dei luoghi più ambiti e sognati dai telespettatori italiani, ma soprattutto ha fatto la fortuna del proprietario, che tra una ripresa e l’altra l’affitta a coloro che volessero provare le sensazioni dell’eroe solitario Montalbano che si alza, beve una cicaronata o cicarata (tazza grande) di caffè e si tuffa in mare. A prescindere dalla celebre dimora, Punta Secca è un paesino molto carino, con una piazzetta che d’estate si anima, un grande faro proprio sulla “punta” del paese, e una Pizzeria (il Rosen Garden) ricavata da un antico granaio, dove andavo da piccola a mangiare la pizza dopo che mi ero rosolata per tutto il giorno al sole siculo.
  • Il posto dove Livia scende dal pullman che la porta a Vigata dall’Aeroporto di Punta Raisi si trova a Modica. La città, anche questa inghiottita dal famoso terremoto, si sviluppa barocca tra due cave, scavate da un torrente che ormai non esiste più: interrato nel secolo scorso, ha fatto spazio al corso principale, luogo della tradizionale e irrinunciabile “passiata” domenicale dei modicani. Gesualdo Bufalino descrive Modica come “Un teatro (…), un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia” evidenziando la teatralità dei vicoli stretti e delle vedute dall’alto, che nell’ora del tramonto si fanno magiche, col sole infuocato che colora le facciate delle oltre 50 chiese di un rosa-dorato. Ma torniamo a noi, cioè a Montalbano. Livia scende dall’autobus e puntualmente le tocca aspettare il fidanzato ritardatario o sbadato. Così si siede su uno dei 250 scalini che compongono la spettacolare gradinata che conduce al Duomo di S. Giorgio (un santo molto in voga da queste parti!).
  • la residenza di Don Balduccio Sinagra è il castello di Donnafugata. Nella realtà si trova a pochi km da Punta Secca, ed è un’antica residenza nobiliare che accoglie i visitatori con la facciata adornata da una fila di esili colonnine e archi arabeggianti ispirati al gotico veneziano. La leggenda vuole che qui sia stata imprigionata una regina: da tale episodio deriva il nome originale. Quando da piccola visitavo il castello, mi aggiravo tra le stanze pensando che in fondo non doveva essere una grande sofferenza, per quella regina, stare prigioniera in una casa tanto bella…Quando Montalbano sale le scale e percorre l’ampia terrazza per andare a far visita all’anziano boss mafioso, si riesce a malapena a intravedere il giardino monumentale, vero punto di forza della residenza, un parco che si sviluppa su otto ettari dove si trovano grotte artificiali, tantissime specie vegetali e perfino un labirinto con i muri a secco tipici della zona, il tutto voluto dal nobile proprietario per allietare i suoi ospiti.

Credo che per ora possa bastare così!

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Come ci si prepara a celebrare il giorno dei morti in un paesino in provincia di Ragusa?

Tutto inizia qualche giorno prima…diciamo il 31 ottobre. Già, perchè il 2 novembre bisogna essere pronti e impeccabili. Quindi, il 31 ottobre, abbiamo detto.

Sicuramente ci si sveglia presto (ma questo elemento lo ritroviamo in ogni giornata che si trascorre con due nonni anziani, che quando hanno qualcosa in mente, devono portare a termine la missione nel minor tempo possibile). Dopodichè, mentre si fa colazione incalzati dal nonno energico e sveglio già alle 8,30 del mattino, si fa il programma della giornata. 1: uscire di casa con tutto il necessario per la pulizia delle cappelline al cimitero. Questo vuol dire portarsi dietro una scopa, alcuni stracci, anche un secchio di plastica, e una bottiglia per annacquare i fiori (naturalmente piena, perchè non si sa mai che nel frattempo si siano prosciugate le 20 fontanelle del cimitero). I lumini, sia quelli di cera, che quelli finti, che hanno una fiammella di plastica che si illumina se si inseriscono le pile. Quindi non dimentichiamoci le pile! e naturalmente i fiammiferi! 2: passare dal fioraio, per acquistare qualche vaso di fiori, e due mazzi di altri fiori recisi, così, per variare. 3: recarsi al cimitero e: pulire, sistemare i fiori, sistemare i lumini veri e finti, salutare vivi e morti e finalmente, tornare a casa.

Così usciamo di casa con tutto l’occorrente. Prima fermata dal fioraio. La nonna, indecisa tra dalie e crisantemi, tratta sul prezzo. Il nonno invece vuole solo sbrigarsi e prende i primi due vasi (belli grossi però!). Si paga e ci si dirige al cimitero. Faccio scendere i nonni vicino all’entrata, scarico tutti la strumentazione (fiori, scope, stracci, bottiglie d’acuq etc.) e vado a parcheggiare dove si può. Quando torno, il nonno si è già avviato verso la prima cappella, dove stanno i suoi parenti.

Durante il percorso osservo il cimitero. Via S. Pietro, Viale S. Andrea, Piazzale dei SS. Apostoli. Il nonno in macchina mi ha raccontato che quest’anno l’appalto per l’illuminazione speciale per la ricorrenza se l’è aggiudicato una ditta particolarmente economica. Adesso capisco perchè: le lampadine che illuminano le lapidi poste nel terreno sono collegate da fili volanti, che creano una ragantela di cavi elettrici rossi e blu lungo tutto il prato, rendendo praticamente impossibile passare. Il nonno si consola commentando che loro non avranno questo problema. Nel breve tragitto infatti, non manca di mostrarmi quella che da un anno a questa parte è motivo di grande orgoglio: la sua cappellina privata che si è fatto appositamente costruire. Osservo sul frontone la scritta a grandi lettere che riporta il nome del capofamiglia, mentre lui mi spiega che è composta da 4 loculi e 3 colombaie (ancora ignoro cosa siano, ma sono sicura che le colombe non c’entrano). I primi due sono riservati a lui e alla nonna, mentre gli altri due “per chi vorrà usufruirne”, spiega in modo pratico. La collocazione, continua, è ottima: rimane al sole buona parte della giornata e si affaccia su una piazzetta su cui, gli ha assicurato l’impiegato dell’ufficio servizi cimiteriali, non costruiranno più, ma che lasceranno “a verde”. Mi scappa da ridere ma cerco di non farmi vedere, mentre penso che questa potrebbe essere una tipica frase da agente immobiliare che cerca di vendere la casa che ti sta mostrando; nel frattempo aiuto la nonna a salire gli scalini della prima cappellina.

Salutiamo silenziosamente gli antenati, e la nonna inizia a dare di ramazza per portar via la polvere che si è depositata in un anno, dallo scorso 2 novembre. Leva i fiori secchi, mette quelli freschi, aggiungiamo l’acqua dalla bottiglia che ci siamo portati (naturalmente le fontanelle sono tutte perfettamente funzionanti e ci sono a disposizioni secchi e bottiglie), spolveriamo lapidi e fotografie, si sistemano i lumini.

Passiamo quindi alla seconda cappella, dove si trovano i parenti della nonna. Velocemente, si raccomanda il nonno, perchè è già tardi (per fare cosa non si sa). Qui la cosa è più complicata perchè la cappella è vecchia e cadono i calcinacci. Ci diamo da fare in due così finiamo prima. Poi, mentre la nonna dà gli ultimi ritocchi, io esco e mi siedo sugli scalini al sole. Vedo il nonno che scambia qualche parola con un signore. Mi tengo a debita distanza per evitare le solite presentazioni (“Questa è mia nipote” “Ma quale, quella che sta al nord?”) ma cerco comunque di ascoltare cosa si dicono. Il signore chiede “Tu dove hai acquistato?” “In Piazzetta SS. Apostoli, è la zona migliore di tutto il cimitero” “Ma allora siamo vicini!” “Bene, ci faremo portare il caffè mentre sediamo a prendere il sole”.

Io sorrido e penso che il mio nonno, quando non ci sarà più, lo ricorderò al sole della famosa piazzetta, mentre beve il caffè e gioca a carte con i suoi “colleghi”. Ma è un osso duro…credo che passerà ancora un bel pò di tempo!!!

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