Feeds:
Articoli
Commenti

9788854111660Eravamo rimasti alla parola “Janeite”. Siccome non mi sento tanto autorevole da dare la mia definizione, almeno non in apertura di post, ricorrerò a fonti affidabili come Wikipedia.
Secondo Claudia Johnson, studiosa ed esperta di Jane Austen, il Janeitismo è “the self-consciously idolatrous enthusiasm for ‘Jane’ and every detail relative to her”, cioè quell’entusiasmo consapevolmente idolatrico per Jane e per ogni dettaglio che la riguardi. Sono molti gli elementi che mi piacciono di questa definizione: entusiasmo, perché ogni Janeite è un’entusiasta sfegatata del mondo austeniano e vorrebbe trasmettere tale passione all’universo intero; l’idolatria, perché arriviamo a questo punto, ve l’assicuro (e infatti facciamo anche i pellegrinaggi nei luoghi austeniani); il fatto che la studiosa si rivolga alla scrittrice chiamandola non con nome e cognome, ma semplicemente ‘Jane’, perché una vera Janeite ha sviluppato un tale senso di intimità con il proprio mito tale da poterla chiamare per nome; e infine i dettagli: ne siamo malate. Tanto da scadere nel feticismo. Esce la barbie di Jane? me la compro! Pubblicano l’edizione Mammut con tutti i romanzi completi di copertina rosa e caricatura di Jane? sarà mia (anche se i libri ce li ho già tutti, qualcuno anche in edizione originale)! E la spilletta con scritto “I love Mr.Darcy”, come fai a non averla? (io peraltro ho quella di Willoughby, dato che non mi sono mai sentita di criticare troppo duramente questa figura; sono infatti convinta che lui amasse davvero Marianne, ma la vita l’ha costretto a prendere altre strade).
[Ci si mettono poi anche le amiche: per i 31 anni, la mia testimone di nozze mi ha fatto arrivare a casa la collezione completa dei francobolli da collezione realizzati dalla Royal Mail in occasione del duecentenario della pubblicazione di Orgoglio e Pregiudizio-come rendere una Janeite felice].
Naturalmente leggere tutti i romanzi di Jane non ti rende automaticamente una Janeite. Almeno vanno letti 3 volte. Ci sono quindi i romanzi brevi e i racconti incompiuti: leggere anche quelli. Poi si passa ai film e alle fiction. Anche quelli, è necessario vederli tutti: intendo tutti quelli in circolazione, dal film muto a oggi. Il mio preferito rimane senza dubbio “Ragione e sentimento” di Ang Lee (1995). Un vero capolavoro. [Ce l’avevo registrato su videocassetta, lo avrò visto sicuramente più di 10 volte. Da quel film in poi, per me Elinor e Marianne Dashwood hanno i volti di Emma Thompson e Kate Winslet]. Ultimamente ho anche visto le serie tv realizzate dalla BBC, tra cui una molto interessante sugli ultimi anni di vita di Jane.
Poi si inizia a spulciare tra i tanti blog, e contemporaneamente ci si dà alla lettura di libri e romanzi SU Jane Austen: le sue biografie, gli approfondimenti sui suoi libri. Insomma ci si documenta sulla sua vita, su chi conosceva, sui luoghi che frequentava. Di sicuro non aggiungerei niente di nuovo, però mi va di segnalare, per chi volesse approfondire, due libri che mi sono piaciuti molto sotto questo aspetto: il primo è “The Jane Austen book club” di Karen Fowler, storia di un gruppo di lettori che si ritrovano periodicamente a rileggere e commentare i romanzi di Jane, e che si trovano a rivivere, nelle loro vite, le stesse situazioni descritte da Jane, un po’ perché ne sono influenzati e un po’ per la grande attualità dei suoi scritti. Il secondo, invece, è “La vita secondo Jane Austen” di William Deresiewicz, in cui un giovane e moderno dandy passa dalla totale diffidenza all’innamoramento per un’autrice nei cui romanzi scopre un mondo di verità e valori universali.
Ma è chiaro che non ci sono regole. Diventi una Janeite quando dentro di te scatta qualcosa. Personalmente, quello che mi ha definitivamente consacrato allo stato di Janeite è stato il viaggio in Inghilterra, un vero e proprio pellegrinaggio alla scoperta dei luoghi austeniani. Ma questo argomento merita un post a sé…

Annunci

emmaCredo che sia giunto il momento di aggiungere in questo blog una categoria importante che ancora mancava: “Jane Austen”.
[Ora io lo so che mi direte che esiste un numero sterminato di blog e siti e libri che descrivono le sensazioni e i sentimenti di tutti i fan della Austen. Quindi questo articolo andrà a nutrire tale lista].

La prima volta che ho sentito parlare di lei ero alle medie. Leggevo un libro carinissimo, “Il diario segreto di Adrian Mole”, un ragazzino di 13 anni che racconta la sua vita complicata alle prese con scuola, brufoli e primi amori. Siccome ha deciso di farsi una cultura, decide di mettersi a leggere. Riporto direttamente dal diario: “14 Gennaio: mi sono iscritto alla biblioteca. Ho preso in prestito La cura della Pelle, L’origine della specie e un libro di una donna che mamma nomina sempre. Si chiama Orgoglio e Pregiudizio, di una certa Jane Austen.” e poi “15 Gennaio: … ho letto un po’ di Orgoglio e Pregiudizio, ma mi è sembrato molto antiquato. Questa Jane Austen dovrebbe decidersi a scrivere in modo più moderno”.
In realtà penso che quel titolo non mi fosse del tutto nuovo: lo associavo (mi perdonino i russofili) a scrittori tipo Tolstoj o Dostoevskij, data la chiara somiglianza con titoli come “Delitto e Castigo” e “Guerra e Pace”.
Mi preme comunque rassicurare tutti i fan della Austen in ascolto che mi sono redenta appena qualche anno dopo. Alle superiori infatti, “di buzzo buono” (come si dice a Livorno) e con una dedizione figlia delle praterie di tempo che avevo a 15 anni, ho iniziato con Emma e ho smesso solo quando avevo letto tutti e sei i romanzi di Jane. Perchè non lo so. Credo che, come Adrian Mole, mi fossi messa in testa di dover leggere certi libri definiti classici, e immaginavo che Jane Austen ci rientrasse (così come Guerra e Pace).
Poi ho anche scoperto che “questa Jane Austen”, come la chiama Adrian Mole, era sì antiquata, ma a tratti anche molto moderna e divertente. Ed era proprio questo gioco di immaginarmi all’interno dei suoi romanzi, con i vestiti stile impero e le cuffiette, ma allo stesso tempo con i miei pensieri di adolescente “moderna”, che me ne ha fatto innamorare.
E’ stato così che anche io sono entrata a far parte della sconfinata schiera delle Janeites.
Ma cosa vuol dire essere una Janeite? lo scoprirete nella prossima puntata 🙂

Welcome to Iran!

Isfahan, Piazza Naqsh-e-JahanEccomi allo Starbucks dell’aeroporto di Istanbul, dopo quasi 2 settimane trascorse in Iran. Bevo il mio caffellatte formato maxi (ho preso il più piccolo che c’era!!) e penso a immagini, luoghi e situazioni di questo viaggio.
Magnifiche città ricche di tesori e paesaggi sconfinati hanno fatto da cornice ai giorni passati in questo paese insieme moderno e tradizionale. Sì, da cornice, perchè ciò che più mi ha colpito sono in realtà le persone! Tanti giovani (ma non solo), curiosi di sapere cosa c’è fuori dal loro mondo e cosa noi pensiamo di loro: se le romantiche Isfahan o Shiraz siano più belle della tanto inquinata e moderna Teheran, o se portare il velo mi dia fastidio o invece è sopportabile. Se abbiamo già assaggiato il dizi, e se abbiamo foto della nostra città o della nostra famiglia.
Ti salutano con un “Halloooo!!” gridato dalla bici, o un “Welcome to Iran”. I più audaci (e sono tanti) chiedono di scattare una foto insieme, naturalmente con smartphone e tablet di cui tutti sono regolarmente dotati.
Il wi-fi è ovunque e i più giovani ti lasciano il proprio contatto FB insieme al numero di telefono. “Chiamami per qualsiasi cosa, sono a tua disposizione” si raccomandano dopo appena 10 minuti di conversazione, anche se entrambi sappiamo bene che il giorno dopo sarò a centinaia di km di distanza, in un’altra magica città.
La gente ti ferma per sapere perchè hai scelto di visitare proprio l’Iran, ma anche per fare un po’ di esercizio in inglese; e quando hanno finito le frasi che conoscono, dopo averle ripetute anche un paio di volte (“You and your husband are really cute”) ti salutano con grandi sorrisi.
Li vedi passare e darsi di gomito alla vista di turisti, per poi tornare indietro, magari dopo essersi procurati un dolce tipico da farti assaggiare, tanto per avere una scusa per fermarti.

E poi…penso all’acqua delle fontane che zampilla da mattina a sera, nonostante i 40°C costanti di agosto. Ed ogni volta che si entrava in un giardino, era come passare dall’inferno al paradiso, dal caldo torrido all’ombra degli alberi… quasi una magia.
Penso all’arrivo a Shiraz, dopo 2 giorni nella caotica capitale. La tranquillità nonostante il traffico onnipresente, le casette sul fianco della collina, che ricordano un po’ Kabul; la tomba di Hafez, uno dei padri della poesia persiana, che ogni iraniano venera come un profeta. Si dice che ogni famiglia custodisca in casa, insieme al Corano, anche un suo libro di poesie, e che le sue parole siano fonte costante di ispirazione per ogni iraniano. Il parco costruito attorno al suo sarcofago è un luogo speciale, che trasmette pace e tranquillità, e dove persone di tutte le età si incontrano per trascorrere un po’ di tempo al fresco e in santa pace.
Penso alla tomba di Ciro il Grande, nella distesa semidesertica di Pasargade, col vento caldo che non dava tregua. Di fronte a quel monumento, tutto sommato abbastanza semplice, si percepisce la grandezza di un sovrano illuminato, che può essere considerato il padre dei diritti umani. Dopo la conquista di Babilonia infatti, Ciro liberò gli schiavi, dichiarò che ognuno aveva il diritto di scegliere la propria religione e stabilì l’uguaglianza tra le razze. Questi e altri decreti furono incisi su un cilindro di argilla cotta, nota oggi con il nome di Cilindro di Ciro, riconosciuto come il primo documento al mondo sui diritti umani.
Penso a Naqsh-e-Jahan, la piazza sconfinata di Isfahan (la seconda più grande al mondo!) che alla sera si anima di persone che fanno il picnic sull’erba dei giardini e si bagnano i piedi nella sua fontana. C’è chi ti invita a sederti per bere un tè, che ti tira la palla per giocare un po’ a calcio, forse per ricordare i tempi in cui, proprio lì, cavalli e cavalieri giocavano a polo per divertire lo Scià che si godeva lo spettacolo dal balcone del suo palazzo.
Penso alla mia incredulità di fronte alla pompa di benzina, la prima volta che abbiamo fatto rifornimento: 50 litri per 1.20 euro (l’acqua costa di più).
Penso alle perfette simmetrie delle cupole di palazzi e moschee, roba da rimanere incantati a osservare per ore, e penso anche alla birra analcolica, con l’immancabile scritta “0.0% alcohol” e il sapore di spuma bionda.
Penso allo stato di grazia in cui ho navigato per tutti e 12 i giorni trascorsi in questo paese, sognato e immaginato a lungo, per il quale non riesco a trovare un unico aggettivo.

“Probabilmente era così anche a Roma negli anni ’60, con i primi turisti americani” ci dice sorridendo il direttore dell’albergo di Teheran dove trascorriamo l’ultima notte, commentando l’aspetto più divertente di questo viaggio, il continuo contatto con le persone del posto. Sicuramente è così. Solo che a noi nessuno ha tentato di vendere la Fontana di Trevi, come Totò in Totòtruffa ’62. Al massimo hanno provato con un tappeto…
Insomma….Andate in Iran! Andateci prima che le persone si abituino alla presenza di stranieri (cosa che mi auguro accadrà, prima o poi, perché vorrà dire che finalmente il Paese si aprirà al turismo, e tutti coloro che lo desiderano potranno scoprire i tesori che custodisce). Perché sentirsi urlare per strada “Welcome to Iran” è una delle cose più belle che mi sia mai capitata!

Chi è un Fantalesionato? si definisce così colui che si diletta nel giuoco del fantacalcio, un calcio “fantastico” che si basa sulle azioni dei veri giocatori del campionato italiano della seria A, i quali però vengono assortiti in nuove squadre, gestite dai rispettivi allenatori. I Fantalesionati, appunto. Anche il calendario sarà un fanta-calendario, in cui le squadre si sfidano in andata e ritorno.

Il Fantalesionato, trovandosi ad agire in un fanta-calcio, è stimolato a mettere in atto grande creatività nella sceltà del nome della propria squadra. Anche i meno fantasiosi riusciranno così a sfoggiare nomi di squadre quali: Sboccaponci, Zemanlandia, Atletico Cono, AC Rondemà, Lokomotiv Buccellato e così via.

Vivere con un Fantalesionato è molto peggio che vivere con un Tifoso Romanista. Infatti, mentre il Romanista è interessato esclusivamente ai risultati della propria squadra del cuore (al massimo si documenta sulla Lazio), il Fantalesionato vorrà conoscere i risultati di tutte le squadre delle quali possiede almeno un giocatore. Nel caso di vittoria di una di queste, non si limita a conoscere il risultato finale. La domanda cruciale sarà invece la seguente: CHI ha segnato?

Il Fantalesionato si muove in un mondo per metà reale e per metà fantastico. Per questo motivo spesso perde il contatto con la realtà. Capiterà quindi che una domenica sera all’Aeroporto di Roma Fiumicino, alla vista dell’allenatore del Torino Ventura che si fa largamente i fatti suoi seduto su una poltroncina al gate 9D, il Fantalesionato decida di avvicinarsi con fare circospetto ma deciso al tempo stesso, e apostrofi il povero allenatore con le seguenti parole: “Lei mi dovrebbe fare un favore: ogni tanto dovrebbe mettermi in campo Meggiorini, che ce l’ho al fantacalcio. Se questo non mi gioca mai, sarà stata una spesa inutile. Per favore, mi aiuti!”. L’allenatore osserverebbe il Fantalesionato con uno sguardo a metà tra la pena e l’incredulità, quindi, senza proferire parola, tornerebbe alla lettura del proprio quotidiano.

Il Fantalesionato ha una scadenza settimanale di fondamentale importanza: entro la mattinata del sabato deve aver comunicato la propria formazione. Per non dimenticarsi di questo importante appuntamento, già dal giovedì inizierà a mettersi post-it gialli sulle porte e promemoria sul cellulare, e a ripetere con ossessione la seguente frase: “mi devo ricordare di dare la formazione, mi devo ricordare di dare la formazione!”. E’ un limite temporale estremamente importante: in caso di mancata comununicazione della propria formazione, la partita risulterebbe persa a tavolino.
nel caso in cui, per qualche fortuita ragione, non sia in condizioni di accedere a internet entro il termine previsto, il Fantalesionato potrà decidere di avvalersi dell’aiuto di fidati amici che, comprendendo la sua esigenza, volentieri verranno in suo soccorso, inserendo al posto suo la formazione nel data-base dei Fantalesionati 2012.

potrei andare avanti così…ma potrebbe risultare penoso. quindi mi fermo.

La vita non è sempre facile se hai deciso di passarla in compagnia di un Tifoso della AS Roma. Può anche essere divertente, intendiamoci. Ma anche faticosa.

Iniziamo dal risveglio.
Si comincia la giornata con un vezzeggiativo: ultimamente sono stata chiamata Zemanina (in onore dell’attuale allenatore, naturalmente), oppure Osvaldina (nomignolo dovuto all’autore di uno degli ultimi -e c’è da ammetterlo, spettacolari-gol fatti).
Mi è capitato di essere chiamata anche Risetta (da Riise, ex-giocatore che segnò un gol memorabile in Juve-Roma del 2010). Invece non mi è mai capitato di setirmi chiamare Enriquetta, o Ranierina…si vede che quegli allenatori non sono entrati nel cuore del mio Tifoso come l’attuale.

Il risveglio successivo a un match può essere pieno di gioia o amarezza, a seconda che la squadra abbia vinto o perso. In quest’ultimo caso, il Tifoso non tarderà a pronunciare un ritornello familiare che recita pressappoco così: “che tristezza la vita, uno lavora tutta la settimana e poi neanche una piccola soddisfazione”. Una faccia depressa completa il quadro. Le stesse parole vengono pronunciate al termine della partita, la sera prima, in una specie di mantra buddista. Dopo, il Tifoso si chiude in un silenzio denso di mestizia.

Il Tifoso Romanista è sempre convinto che sia in atto un complotto. Dal momento che la AS Roma per definizione non imbroglia mai (questo sempre secondo il Tifoso), è chiaro che, in caso di fallimento, la colpa è sempre da attribuire alla squadra avversaria o all’arbitro. La Roma perde? la reazione sarà “vabbè ma gli altri hanno imbrogliato”.

Il Tifoso Romanista vorrebbe andare a vedere le partite della Roma allo stadio. Si organizza, pianifica, decide, ma poi, all’ultimo momento, si tira indietro, dicendo che vedere la partita di persona porta sfiga. Quindi dichiara che si sacrificherà per il bene della squadra.

Peraltro, il concetto di sacrificio è estremamente ricorrente: qualcunque cosa fatta, che richieda un minimo di sforzo, è fatta pensando alla Roma. Il Tifoso, insomma, dedica la sua sofferenza alla Roma, e la allevia pensando alla Roma. Tutto questo dovrebbe far vincere la squadra, secondo il Tifoso Romanista.

La vita di un Tifoso è caratterizzata da un alternarsi di alti e bassi, una sorta di depressione cronica dalla quale non si può riprendere facilemente, dal momento che anche i risultati della squadra sono notevolmente altalenanti.

Il Tifoso Romanista vorrebbe chiamare sua figlia “Romina”, vorrebbe arredare la casa con i colori della squadra (mattonelle del bagno comprese), e pianifica le proprie vacanze in funzione dei paesi d’origine dei giocatori. Cosa intendo?

  • 2010: vacanze in Montenegro per rendere omaggio ai luoghi di Vucinic
  • 2011: vacanze in Argentina per omaggiare Lamela
  • e così via…

Mi fermo qui. Credo di aver reso l’idea.

Stanotte ho finito di leggere un libro veramente bello, L’età dell’oro, si intitolava.
Storia tragicomica di un industriale del tessile di Prato e della sua parabola da uomo di mondo, pieno di soldi-amanti-ville-auto-bei vestiti a vecchio-povero-malato terminale.

La cosa bella di questo libro è che il protagonista Ivo risulta comunque e sempre simpatico, nonostante talvolta agisca in maniera non totalmente onesta o moralmente integra. Alla fine stai sempre dalla sua parte, sia quando fa affari in nero, che quando fa le scarpe ai suoi concorrenti, o quando si porta a letto le loro mogli. Proprio come quando stai dalla parte di Michael Corleone, anche se non fa altro che ammazzare donne e uomini, uno dopo l’altro. Bella invenzione il punto di vista!

E poi l’autore mi garba perchè, facendo anche lui parte del magico mondo delle stoffe e dei filati, non manca mai di descrivere l’abbigliamento dei personaggi, ma soprattutto le stoffe dei loro vestiti. E la stoffa in quel caso dice tutto sulla persona, sulla sua estrazione sociale, sui suoi problemi, sulla sua storia. Ma solo a chi ha l’occhio clinico per capire, a chi di stoffe ne ha maneggiate tante. E l’autore in questo modo ci regala, in quelle pagine, il suo occhio allenato. Insomma, cose d’altri tempi. Adesso che ne sappiamo noi di stoffe?

Un libro che fa ridere e rattristare, e poi ancora ridere, e poi ancora rattristare. Che racconta la fine e poi l’inizio, con un gioco bellissimo di flash-back e flash-forward, e un utilizzo incredibile del dialogo, mai pesante e invece sempre accattivante.

Mi piacerebbe proprio saper scrivere così!

I need a Cure

Aspetto questo momento da mesi, e non so se sono più eccitata al pensiero di sentire una leggenda del rock inglese, oppure per ciò che vedrò attorno a me, e non solo sul palco… sarà un grande spettacolo in tutti i sensi, me lo sento!
L’aspettativa aumenta sempre più, mentre ci avviciniamo all’Ippodromo Delle Capannelle.
Poi, finalmente, inizio a vederli.
Ragazzi con i capelli cotonati, gli occhi truccati e il rossetto, tutto rigorosamente nero. Signore di mezza età con zeppe altissime, calze a rete e bustini aderenti. Il colore nero regna sovrano nel panorama di giovani e meno giovani che stasera, al solito sguardo trasognato e nostalgico dei dark, hanno aggiunto anche un pizzico di felicità, all’idea di incontrare il loro mito.
È il popolo di Robert Smith, e stasera ne faccio parte anche io, anche se non indosso niente di nero e non conosco a memoria tutte le canzoni dei Cure, ma solo le più famose.
Vediamo passare un ragazzo alto due metri: t-shirt bianca e jeans neri, anfibi, labbra rosse un po’ sbavate e cerone in viso. Dall’alto della sua statura oscilla un po’ e osserva tutti con uno sguardo ironico e beffardo. Sembra il sosia di Robert Smith (30 anni fa e forse anche 30 chili in meno). Tutti lo guardano, e lui ne è chiaramente fiero: sa di avere azzeccato il look di questa serata e soprattutto, sa di essere la copia esatta del suo idolo!
La maggior parte delle persone è arrivata in anticipo, e diversi hanno organizzato dei veri e propri pic-nic, con tovaglie a quadretti stese sull’erba, panini e birre, in attesa del grande evento.
Ci posizioniamo sul prato a destra del palco. Non siamo vicinissimi, ma ci sono i maxi schermi, e almeno c’è spazio per muoversi. Sono in molti ad aver avuto il mio stesso pensiero. Infatti, appena il concerto inizia (alle 21.30 spaccate, con una puntualità britannica che in Italia ci sogniamo) in tantissimi cominciano a ballare.
Non li noto subito (anche perché rimango per un po’ stregata ad ascoltare e guardare Robert Smith), ma proprio accanto a noi c’è una famiglia, una coppia di genitori che avranno tra i 45 e i 50 anni, insieme alla figlia adolescente. Ballano tutti come se fossero in trance per tutta la durata del concerto, con le movenze tipiche dei video anni ’80 dei Cure. Insomma, per intenderci, non vanno molto a tempo. Ma sono bellissimi, e si vede che stanno gustando a pieno questa serata.
Il sole è ormai del tutto tramontato e si è alzato il vento. Voce, musica, atmosfera … stasera è davvero tutto magico. Avevo proprio bisogno di questa cura.