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Archive for the ‘viaggi’ Category

Mi rimproverano sempre di essere una di quelle persone che vanno tanto in giro all’estero, Iran-Giappone-Marocco-Uzbekistan, snobbando le bellezze locali.
Va bene, dico, facciamoci una gitarella nei dintorni, una roba tipo all-inclusive da villaggio vacanze, così provo anche questa. Pasti, pernottamenti, intrattenimento tutto compreso: un bel ricovero in ospedale!
Adesso vi racconto nel dettaglio.

Il mio ultimo ricordo prima di cadere in catalessi da anestesia è un poco piacevole “lama n. 4”. Infatti avevo sperato ardentemente di addormentarmi presto per non sentire altro.
Il primo ricordo, appena svegliata, è un freddo boia e una strana sensazione di rivoluzione nella pancia. Parlavo, ma nessuno mi sentiva. Poi ho capito che era perché non mi usciva la voce: dopo un bel taglio verticale in pancia, i miei addominali erano andati a farsi benedire. Ma dato che sbattevo i denti tipo Siberia a gennaio, mi avevano piazzato lo stesso un bel tubo che sparava aria calda sotto l’ascella.
La cosa peggiore è stata quando, ancora immersa nei fumi dell’anestesia, nella mia stanza si affaccia un prete. “Ecco!” ho pensato “E’ qui per me, non ce l’ho fatta. Maremma impestata ladra!”.
Poi ho scoperto che preti e suore circolano liberamente nelle corsie d’ospedale per fare due parole con chi lo desidera. Benissimo! però mettete un bel cartello fuori dal reparto “se vedete un prete, non è lì ESPRESSAMENTE per voi”.

Insomma, i primi giorni:
a) sei a digiuno totale. Niente cibo per 76 ore. Nel complesso, considerando anche i due organi interni in meno, ho perso 5 kg in 5 giorni. Ci sarebbe tutto il materiale per il remake del celeberrimo film “7 chili in 7 giorni”: meno efficace, ma anche più breve. Il risultato è assicurato: niente ti fa perdere peso come il non mangiare, ed è molto più economico e veloce di dieta e dietologo;
b) sei legato da una selva di tubi e fili che ti rendono molto simile a Robocop;
c) hai uno spillo stile voodoo piantato nella spina dorsale che, mi avevano detto con tono rassicurante, “impedirà agli impulsi del dolore di arrivare al cervello, così non sentirai niente!”. Peccato che sentissi TUTTO. Per questo ho amato all’istante l’infermiera che per prima mi ha sparato un bell’antidolorifico in vena. “Non devi stare male” mi ha detto. “se senti dolore si fa un antidolorifico”. In pratica funziona come al bar: chiami l’infermiera, chiedi un antidolorifico come fosse un aperitivo, e in meno di due minuti ti portano qualcosa. Io li ho provati tutti: endovena, sublinguale, intramuscolo, pasticcone.

Poi, appena stai meglio, inizi ad avere una vita quasi normale. In primis, ti staccano i tubi: basta catetere-flebo-spillo nella schiena.
Finalmente, dopo 72 ore di digiuno si riprende a mangiare!! Inutile dire che il mio primo semolino aveva il sapore di un’aragosta. E non parliamo del primo pollo bollito!! Più buono di un’anatra all’arancia! (A questo proposito, vorrei spezzare una lancia a favore del cibo all’ospedale: un po’ insipido, ma nel complesso abbondante e soddisfacente).
La routine da ospedale prevede, nell’ordine:
-sveglia h 6
-passaggio delle signore delle pulizie
-passaggio infermiere per rilevamento febbre-pressione-prelievo sangue.
Terminati questi primi step, sono all’incirca le 6.45. In attesa della tanto agognata colazione, si può fare un giretto al bagno e lavarsi, considerando i tempi tecnici che servono per alzarsi dal letto, fare 50 mt che ti separano dal cesso, espletare le varie attività e percorso a ritroso, tutto in assenza totale dei muscoli addominali. L’ultimo giorno avevo totalizzato un tempo record di 32 minuti netti!
Dopo colazione, medicine e medicazioni; quindi, una prateria di tempo fino al pranzo, da impiegare a piacere tra: tv, letture, SettimanaEnigmistica, chiacchere con la vicina di letto, micro-pisolini.
Il pomeriggio arriva il dottore, che ti chiede come stai, passa a ravanarti la pancia dicendo “non ti faccio male, vero?” (-insomma, veramente un po’ sì…- e lui “certo certo, un po’ è normale”, -ah, ok!).
Dopo il dottore, passa suora/prete di cui sopra, a salutare (datemi retta: un bel cartello di avvertimento, così evitiamo ulteriori ricoveri per infarto). E poi niente, si aspetta la cena, scommettendo sul menu: purè e tacchino? o pastina in brodo e omogenizzato?

Insomma, non dico che sia un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita… Però io all’ospedale non ci sono stata per niente male! 😉

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382624_10152892879755691_1764814909_nSe dovessi dire ciò che più mi ha colpito del Giappone, o meglio cosa ricordo di più, a un anno e mezzo di distanza dal mio viaggio… senza dubbio penserei a quella estraniante sensazione di… non capire una mazza.
Ma come? direte voi… e Tokyo, il sushi, Kyoto, la fioritura dei ciliegi, i bento-box, i treni proiettile, i giardini, i ryokan, le Alpi Giapponesi?? tutto VERAMENTE stupendo, giuro, ci tornerei! però la prima cosa che mi viene in mente di quel viaggio è che ho trascorso 3 settimane a cercare di: decifrare ideogrammi nelle stazioni della metropolitana, capire il verso delle mappe publiche, capire dove scendere con il treno e via dicendo.
Ok, il personale degli alberghi parlava inglese. E c’era qualche scritta in inglese nelle stazioni dei treni e naturalmente in aeroporto… ma già nella metropolitana spesso si trovavano solo ideogrammi. Naturalmente il personale di servizio era estremamente gentile e disponibile ad aiutarci…sempre che riuscissimo prima a capirci. Perchè anche nella popolazione non è molto diffuso l’utilizzo dell’inglese. Quindi ecco, venendo dall’Italia, la cosa non mi colpiva più di tanto.
Semplicemente…era difficile capire e capirsi. E infatti, quando riuscivamo ad arrivare al monumento/tempio/palazzo che cercavamo, dopo aver vagato due ore e mezzo girandoci intorno (e giuro che non è questione di orientamento, perchè io sono pessima, ma Gabriele se la cava molto meglio di me!), o quando, ormai affamati e scoraggiati, riuscivamo a trovare il ristorante consigliato dalla Lonely comparando il numero di telefono sulla guida con quello dell’insegna (perchè almeno i numeri, ringraziando il cielo, sono arabi), più che turisti ci sentivamo Rambo in missione speciale.

Non potrò mai dimenticare il primo impatto con questa sensazione di essere tagliata fuori dal mondo: arrivati all’aeroporto di Osaka, ci dirigiamo alla stazione dei treni e chiediamo indicazioni per arrivare in centro. L’impiegato inizia a dire “Tennoji”. Ci guarda e ripete Tennoji. Io e Gabriele ci guardiamo e non capiamo. Gli mostriamo la cartina, lui ripete Tennoji, con una mimica praticamente inesistente, che non capivo se Tennoji volesse dire Benvenuti, oppure Non va bene, o Maledetti. Intanto si crea la coda dietro di noi, ma io non mi do per vinta e studio la piantina sulla mia fedele Lonely Planet. E finalmente trovo un tennoji!! OK, capito! bisogna CAMBIARE a Tennoji per raggiungere il centro. In fondo non era difficile. ci abbiamo impiegato solo 20 minuti a capire.
Da lì in poi è stato sempre peggio. Infatti è stato uno dei viaggi più epici e divertenti di sempre. Consigliatissimo, anche solo per provare cosa si sente a non capire assolutamente niente.

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shibuyaIeri sera sono stata al concerto di Fabi Silvestri e Gazzè. Gran bello spettacolo che mi ricorderò a lungo. Durante una canzone hanno proiettato un video che conteneva alcune immagini di Tokyo, con il traffico interminabile (ma regolatissimo) e le migliaia di persone che si muovevano a piedi. E poi vedo l’incrocio di Shibuya, che prende il nome dall’omonimo quartiere.
Dicono che sia l’incrocio più affollato al mondo, con i suoi 5 attraversamenti pedonali che vengono azionati tutti insieme. Scatta il rosso per le auto, e in pochi minuti il centro della strada si riempie di persone: un caos ordinato come solo in Giappone, 2500 formichine a passo svelto e via, sguardo basso e diretti verso la propria meta. Pochi istanti ancora, poi la strada si svuota. E tornano le macchine.
La Lonely Planet consigliava di andare allo Starbucks del palazzo di fronte all’incrocio e osservare lo spettacolo da questo punto privilegiato. E siccome io faccio tutto quello che consiglia la guida (se non faccio così non sono contenta) sono andata da Starbucks, mi sono comprata due caffellatti giganti, così mi sarebbero durati un sacco di tempo, e poi con tanta pazienza ho aspettato che schiodassero coloro i quali avevano fatto la stessa cosa prima di me.
Finalmente, guadagnato il mio angolo di paradiso, mi lascio stregare da questo spettacolo. Ricordo benissimo qualche turista (credo proprio che non fossero giapponesi) che allo scattare del verde per i pedoni correva in mezzo all’incrocio per il gusto di essere solo là in mezzo. Poi si girava trionfante verso lo Starbuck per farsi scattare una foto dall’amico che stava lì, prima di essere raggiunto dagli altri 2499 pedoni.
Nel video del concerto si vedeva una persona travestita da coniglio giallo che attraversava per primo l’incrocio, saltando proprio come un coniglio. E così, dopo un anno e mezzo, mi è venuta voglia di raccontare l’incrocio di Shibuya, il vero ombelico del mondo (secondo me).

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557307_10152061130225691_1180252978_nVi dicevo qui che noi Janeites siamo capaci di arrivare a livelli di feticismo e idolatria importanti. Ma chi non lo fa nei confronti del proprio mito? Del resto, se si pensa alla parola fan (abbreviazione dell’inglese “fanatic”) è tutto più chiaro.
E quindi, dopo i libri, i film, i blog… quello che mancava era una testimonianza diretta dei luoghi austeniani, per rivivere quelle atmosfere che, 200 anni prima, avevano ispirato la mia scrittrice preferita.
Si inizia con l’opera di persuasione per convincere il marito G., allora fidanzato, che sarà un viaggio bellissimo per entrambi, che vedremo posti interessanti e che non sarà assolutamente un viaggio alla scoperta esclusiva del mio mito. Così, date le sue svariate passioni, mettiamo dentro, in ordine:
– la visita al Lake District dove vissero Wordsworth e Coleridge, ispirati dai famosi daffodils;
– un giretto a Stratford-upon-Avon dove nacque Shakespeare;
– un tour di Bristol alla scoperta dei graffiti di Banksy, ma soprattutto
– una INTERESSANTISSIMA visita all’Old Trafford di Manchester, completa di tour degli spogliatoi e osservazione ravvicinata del famosissimo pitch (il pratino verde che non si può toccare, pena il taglione).

E poi, finalmente, arriviamo a Bath, dove Jane visse dal 1801 al 1809.
Ora c’è da dire che Jane non amava particolarmente Bath, e infatti anche il periodo trascorso lì fu poco produttivo dal punto di vista della scrittura. Fondamentalmente lei era fatta per la vita tranquilla di campagna, e Bath, con le sue terme che attiravano l’alta società, i balli, i tè e gli spettacoli non la ispiravano molto (anche se di sicuro questa esperienza le è stata utile per descrivere quel tipo di società nei suoi romanzi).
Bath tuttavia è una miniera d’oro per le Janeites alla ricerca di luoghi e dettagli della vita del mito. E’ infatti possibile:
– vedere (da fuori, ma vi assicuro che anche solo questo è emozionante) le case dove ha abitato: il n. 4 di Sidney Palce e il n. 25 di Gay Street;
– visitare l’interessantissimo Jane Austen Centre, un museo dedicato alla vita e alle opere di Jane, con annesso bookshop dove fare razzia di gadget (comprese le spillette I love Mr. Darcy/Willoughby), libri e dvd;
– prendere un tè nella Pump Room, la sala da pranzo delle Terme; o, più semplicemente,
– camminare per questa bellissima cittadina con gli occhi socchiusi, fingendo di essere ai primi dell’ ‘800, indossando una cuffietta ornata di nastrini e porgendo il braccio ad un bel giovane tipo Mr. Darcy (io avevo il mio fidanzato e me lo sono fatta andar bene 🙂 )

Bath rappresenta inoltre un’ottima base per esplorare i vicini luoghi austeniani: Chawton, il paesino nella campagna dell’Hampshire dove Jane visse gli ultimi nonchè più prolifici anni della sua vita, e Winchester, dove trascorse gli ultimi giorni di vita, e dove adesso riposa. Le due mete si possono anche visitare in un giorno, dal momento che l’autobus per Chawton parte da Winchester.
Quindi, arrivati a Winchester con il treno, attraversiamo velocissimamente tutta la cittadina (che in verità avrebbe meritato maggiore attenzione, ma il tempo era poco), diretti alla cattedrale della città, dove è sepolta Jane. Breve sosta dal fioraio e poi in chiesa, a salutare Jane con un mazzo di ranuncoli.
E dopo un po’ di contemplazione della tomba e anche un po’ di commozione, via verso la stazione degli autobus per prendere la corriera per Chawton!
Tale operazione all’apparenza semplice è stata per me notevolmente complessa, dato che dalla stazione degli autobus di Winchester, e in particolare dalla banchina accanto all’autobus per Chawton, partiva un autobus diretto a Crawley, che, per chi non lo sapesse, è il paese natale di Robert Smith, cantante dei Cure. Che mio marito G., allora fidanzato, adora. E quindi inizia la seconda opera di persuasione per convincerlo a salire sull’autobus giusto, con la promessa che la prossima vacanza che faremo in Inghilterra sarà tutta dedicata alla scoperta dei miti del rock britannico.
E finalmente, dopo un’oretta di viaggio, arriviamo. Sotto una pioggerellina very british percorriamo i 10 minuti di strada che ci separano dal cottage di Chawton. Io per la verità, più che percorrere, corro proprio.
Ed eccola lì, avvolta dalla nebbiolina, questa villetta di campagna circondata da un delizioso giardinetto, che racchiude cimeli preziosi come il piccolo scrittoio tondo, ma soprattutto l’atmosfera tranquilla e pacata che si ritrova nei romanzi di Jane. Il resto non si può spiegare: una grande emozione e il desiderio di rimanere lì ad osservare quei luoghi e respirare quell’aria il più a lungo possibile.

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9788854111660Eravamo rimasti alla parola “Janeite”. Siccome non mi sento tanto autorevole da dare la mia definizione, almeno non in apertura di post, ricorrerò a fonti affidabili come Wikipedia.
Secondo Claudia Johnson, studiosa ed esperta di Jane Austen, il Janeitismo è “the self-consciously idolatrous enthusiasm for ‘Jane’ and every detail relative to her”, cioè quell’entusiasmo consapevolmente idolatrico per Jane e per ogni dettaglio che la riguardi. Sono molti gli elementi che mi piacciono di questa definizione: entusiasmo, perché ogni Janeite è un’entusiasta sfegatata del mondo austeniano e vorrebbe trasmettere tale passione all’universo intero; l’idolatria, perché arriviamo a questo punto, ve l’assicuro (e infatti facciamo anche i pellegrinaggi nei luoghi austeniani); il fatto che la studiosa si rivolga alla scrittrice chiamandola non con nome e cognome, ma semplicemente ‘Jane’, perché una vera Janeite ha sviluppato un tale senso di intimità con il proprio mito tale da poterla chiamare per nome; e infine i dettagli: ne siamo malate. Tanto da scadere nel feticismo. Esce la barbie di Jane? me la compro! Pubblicano l’edizione Mammut con tutti i romanzi completi di copertina rosa e caricatura di Jane? sarà mia (anche se i libri ce li ho già tutti, qualcuno anche in edizione originale)! E la spilletta con scritto “I love Mr.Darcy”, come fai a non averla? (io peraltro ho quella di Willoughby, dato che non mi sono mai sentita di criticare troppo duramente questa figura; sono infatti convinta che lui amasse davvero Marianne, ma la vita l’ha costretto a prendere altre strade).
[Ci si mettono poi anche le amiche: per i 31 anni, la mia testimone di nozze mi ha fatto arrivare a casa la collezione completa dei francobolli da collezione realizzati dalla Royal Mail in occasione del duecentenario della pubblicazione di Orgoglio e Pregiudizio-come rendere una Janeite felice].
Naturalmente leggere tutti i romanzi di Jane non ti rende automaticamente una Janeite. Almeno vanno letti 3 volte. Ci sono quindi i romanzi brevi e i racconti incompiuti: leggere anche quelli. Poi si passa ai film e alle fiction. Anche quelli, è necessario vederli tutti: intendo tutti quelli in circolazione, dal film muto a oggi. Il mio preferito rimane senza dubbio “Ragione e sentimento” di Ang Lee (1995). Un vero capolavoro. [Ce l’avevo registrato su videocassetta, lo avrò visto sicuramente più di 10 volte. Da quel film in poi, per me Elinor e Marianne Dashwood hanno i volti di Emma Thompson e Kate Winslet]. Ultimamente ho anche visto le serie tv realizzate dalla BBC, tra cui una molto interessante sugli ultimi anni di vita di Jane.
Poi si inizia a spulciare tra i tanti blog, e contemporaneamente ci si dà alla lettura di libri e romanzi SU Jane Austen: le sue biografie, gli approfondimenti sui suoi libri. Insomma ci si documenta sulla sua vita, su chi conosceva, sui luoghi che frequentava. Di sicuro non aggiungerei niente di nuovo, però mi va di segnalare, per chi volesse approfondire, due libri che mi sono piaciuti molto sotto questo aspetto: il primo è “The Jane Austen book club” di Karen Fowler, storia di un gruppo di lettori che si ritrovano periodicamente a rileggere e commentare i romanzi di Jane, e che si trovano a rivivere, nelle loro vite, le stesse situazioni descritte da Jane, un po’ perché ne sono influenzati e un po’ per la grande attualità dei suoi scritti. Il secondo, invece, è “La vita secondo Jane Austen” di William Deresiewicz, in cui un giovane e moderno dandy passa dalla totale diffidenza all’innamoramento per un’autrice nei cui romanzi scopre un mondo di verità e valori universali.
Ma è chiaro che non ci sono regole. Diventi una Janeite quando dentro di te scatta qualcosa. Personalmente, quello che mi ha definitivamente consacrato allo stato di Janeite è stato il viaggio in Inghilterra, un vero e proprio pellegrinaggio alla scoperta dei luoghi austeniani. Ma questo argomento merita un post a sé…

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emmaCredo che sia giunto il momento di aggiungere in questo blog una categoria importante che ancora mancava: “Jane Austen”.
[Ora io lo so che mi direte che esiste un numero sterminato di blog e siti e libri che descrivono le sensazioni e i sentimenti di tutti i fan della Austen. Quindi questo articolo andrà a nutrire tale lista].

La prima volta che ho sentito parlare di lei ero alle medie. Leggevo un libro carinissimo, “Il diario segreto di Adrian Mole”, un ragazzino di 13 anni che racconta la sua vita complicata alle prese con scuola, brufoli e primi amori. Siccome ha deciso di farsi una cultura, decide di mettersi a leggere. Riporto direttamente dal diario: “14 Gennaio: mi sono iscritto alla biblioteca. Ho preso in prestito La cura della Pelle, L’origine della specie e un libro di una donna che mamma nomina sempre. Si chiama Orgoglio e Pregiudizio, di una certa Jane Austen.” e poi “15 Gennaio: … ho letto un po’ di Orgoglio e Pregiudizio, ma mi è sembrato molto antiquato. Questa Jane Austen dovrebbe decidersi a scrivere in modo più moderno”.
In realtà penso che quel titolo non mi fosse del tutto nuovo: lo associavo (mi perdonino i russofili) a scrittori tipo Tolstoj o Dostoevskij, data la chiara somiglianza con titoli come “Delitto e Castigo” e “Guerra e Pace”.
Mi preme comunque rassicurare tutti i fan della Austen in ascolto che mi sono redenta appena qualche anno dopo. Alle superiori infatti, “di buzzo buono” (come si dice a Livorno) e con una dedizione figlia delle praterie di tempo che avevo a 15 anni, ho iniziato con Emma e ho smesso solo quando avevo letto tutti e sei i romanzi di Jane. Perchè non lo so. Credo che, come Adrian Mole, mi fossi messa in testa di dover leggere certi libri definiti classici, e immaginavo che Jane Austen ci rientrasse (così come Guerra e Pace).
Poi ho anche scoperto che “questa Jane Austen”, come la chiama Adrian Mole, era sì antiquata, ma a tratti anche molto moderna e divertente. Ed era proprio questo gioco di immaginarmi all’interno dei suoi romanzi, con i vestiti stile impero e le cuffiette, ma allo stesso tempo con i miei pensieri di adolescente “moderna”, che me ne ha fatto innamorare.
E’ stato così che anche io sono entrata a far parte della sconfinata schiera delle Janeites.
Ma cosa vuol dire essere una Janeite? lo scoprirete nella prossima puntata 🙂

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Welcome to Iran!

Isfahan, Piazza Naqsh-e-JahanEccomi allo Starbucks dell’aeroporto di Istanbul, dopo quasi 2 settimane trascorse in Iran. Bevo il mio caffellatte formato maxi (ho preso il più piccolo che c’era!!) e penso a immagini, luoghi e situazioni di questo viaggio.
Magnifiche città ricche di tesori e paesaggi sconfinati hanno fatto da cornice ai giorni passati in questo paese insieme moderno e tradizionale. Sì, da cornice, perchè ciò che più mi ha colpito sono in realtà le persone! Tanti giovani (ma non solo), curiosi di sapere cosa c’è fuori dal loro mondo e cosa noi pensiamo di loro: se le romantiche Isfahan o Shiraz siano più belle della tanto inquinata e moderna Teheran, o se portare il velo mi dia fastidio o invece è sopportabile. Se abbiamo già assaggiato il dizi, e se abbiamo foto della nostra città o della nostra famiglia.
Ti salutano con un “Halloooo!!” gridato dalla bici, o un “Welcome to Iran”. I più audaci (e sono tanti) chiedono di scattare una foto insieme, naturalmente con smartphone e tablet di cui tutti sono regolarmente dotati.
Il wi-fi è ovunque e i più giovani ti lasciano il proprio contatto FB insieme al numero di telefono. “Chiamami per qualsiasi cosa, sono a tua disposizione” si raccomandano dopo appena 10 minuti di conversazione, anche se entrambi sappiamo bene che il giorno dopo sarò a centinaia di km di distanza, in un’altra magica città.
La gente ti ferma per sapere perchè hai scelto di visitare proprio l’Iran, ma anche per fare un po’ di esercizio in inglese; e quando hanno finito le frasi che conoscono, dopo averle ripetute anche un paio di volte (“You and your husband are really cute”) ti salutano con grandi sorrisi.
Li vedi passare e darsi di gomito alla vista di turisti, per poi tornare indietro, magari dopo essersi procurati un dolce tipico da farti assaggiare, tanto per avere una scusa per fermarti.

E poi…penso all’acqua delle fontane che zampilla da mattina a sera, nonostante i 40°C costanti di agosto. Ed ogni volta che si entrava in un giardino, era come passare dall’inferno al paradiso, dal caldo torrido all’ombra degli alberi… quasi una magia.
Penso all’arrivo a Shiraz, dopo 2 giorni nella caotica capitale. La tranquillità nonostante il traffico onnipresente, le casette sul fianco della collina, che ricordano un po’ Kabul; la tomba di Hafez, uno dei padri della poesia persiana, che ogni iraniano venera come un profeta. Si dice che ogni famiglia custodisca in casa, insieme al Corano, anche un suo libro di poesie, e che le sue parole siano fonte costante di ispirazione per ogni iraniano. Il parco costruito attorno al suo sarcofago è un luogo speciale, che trasmette pace e tranquillità, e dove persone di tutte le età si incontrano per trascorrere un po’ di tempo al fresco e in santa pace.
Penso alla tomba di Ciro il Grande, nella distesa semidesertica di Pasargade, col vento caldo che non dava tregua. Di fronte a quel monumento, tutto sommato abbastanza semplice, si percepisce la grandezza di un sovrano illuminato, che può essere considerato il padre dei diritti umani. Dopo la conquista di Babilonia infatti, Ciro liberò gli schiavi, dichiarò che ognuno aveva il diritto di scegliere la propria religione e stabilì l’uguaglianza tra le razze. Questi e altri decreti furono incisi su un cilindro di argilla cotta, nota oggi con il nome di Cilindro di Ciro, riconosciuto come il primo documento al mondo sui diritti umani.
Penso a Naqsh-e-Jahan, la piazza sconfinata di Isfahan (la seconda più grande al mondo!) che alla sera si anima di persone che fanno il picnic sull’erba dei giardini e si bagnano i piedi nella sua fontana. C’è chi ti invita a sederti per bere un tè, che ti tira la palla per giocare un po’ a calcio, forse per ricordare i tempi in cui, proprio lì, cavalli e cavalieri giocavano a polo per divertire lo Scià che si godeva lo spettacolo dal balcone del suo palazzo.
Penso alla mia incredulità di fronte alla pompa di benzina, la prima volta che abbiamo fatto rifornimento: 50 litri per 1.20 euro (l’acqua costa di più).
Penso alle perfette simmetrie delle cupole di palazzi e moschee, roba da rimanere incantati a osservare per ore, e penso anche alla birra analcolica, con l’immancabile scritta “0.0% alcohol” e il sapore di spuma bionda.
Penso allo stato di grazia in cui ho navigato per tutti e 12 i giorni trascorsi in questo paese, sognato e immaginato a lungo, per il quale non riesco a trovare un unico aggettivo.

“Probabilmente era così anche a Roma negli anni ’60, con i primi turisti americani” ci dice sorridendo il direttore dell’albergo di Teheran dove trascorriamo l’ultima notte, commentando l’aspetto più divertente di questo viaggio, il continuo contatto con le persone del posto. Sicuramente è così. Solo che a noi nessuno ha tentato di vendere la Fontana di Trevi, come Totò in Totòtruffa ’62. Al massimo hanno provato con un tappeto…
Insomma….Andate in Iran! Andateci prima che le persone si abituino alla presenza di stranieri (cosa che mi auguro accadrà, prima o poi, perché vorrà dire che finalmente il Paese si aprirà al turismo, e tutti coloro che lo desiderano potranno scoprire i tesori che custodisce). Perché sentirsi urlare per strada “Welcome to Iran” è una delle cose più belle che mi sia mai capitata!

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