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Archive for the ‘e in italia?’ Category

Mi rimproverano sempre di essere una di quelle persone che vanno tanto in giro all’estero, Iran-Giappone-Marocco-Uzbekistan, snobbando le bellezze locali.
Va bene, dico, facciamoci una gitarella nei dintorni, una roba tipo all-inclusive da villaggio vacanze, così provo anche questa. Pasti, pernottamenti, intrattenimento tutto compreso: un bel ricovero in ospedale!
Adesso vi racconto nel dettaglio.

Il mio ultimo ricordo prima di cadere in catalessi da anestesia è un poco piacevole “lama n. 4”. Infatti avevo sperato ardentemente di addormentarmi presto per non sentire altro.
Il primo ricordo, appena svegliata, è un freddo boia e una strana sensazione di rivoluzione nella pancia. Parlavo, ma nessuno mi sentiva. Poi ho capito che era perché non mi usciva la voce: dopo un bel taglio verticale in pancia, i miei addominali erano andati a farsi benedire. Ma dato che sbattevo i denti tipo Siberia a gennaio, mi avevano piazzato lo stesso un bel tubo che sparava aria calda sotto l’ascella.
La cosa peggiore è stata quando, ancora immersa nei fumi dell’anestesia, nella mia stanza si affaccia un prete. “Ecco!” ho pensato “E’ qui per me, non ce l’ho fatta. Maremma impestata ladra!”.
Poi ho scoperto che preti e suore circolano liberamente nelle corsie d’ospedale per fare due parole con chi lo desidera. Benissimo! però mettete un bel cartello fuori dal reparto “se vedete un prete, non è lì ESPRESSAMENTE per voi”.

Insomma, i primi giorni:
a) sei a digiuno totale. Niente cibo per 76 ore. Nel complesso, considerando anche i due organi interni in meno, ho perso 5 kg in 5 giorni. Ci sarebbe tutto il materiale per il remake del celeberrimo film “7 chili in 7 giorni”: meno efficace, ma anche più breve. Il risultato è assicurato: niente ti fa perdere peso come il non mangiare, ed è molto più economico e veloce di dieta e dietologo;
b) sei legato da una selva di tubi e fili che ti rendono molto simile a Robocop;
c) hai uno spillo stile voodoo piantato nella spina dorsale che, mi avevano detto con tono rassicurante, “impedirà agli impulsi del dolore di arrivare al cervello, così non sentirai niente!”. Peccato che sentissi TUTTO. Per questo ho amato all’istante l’infermiera che per prima mi ha sparato un bell’antidolorifico in vena. “Non devi stare male” mi ha detto. “se senti dolore si fa un antidolorifico”. In pratica funziona come al bar: chiami l’infermiera, chiedi un antidolorifico come fosse un aperitivo, e in meno di due minuti ti portano qualcosa. Io li ho provati tutti: endovena, sublinguale, intramuscolo, pasticcone.

Poi, appena stai meglio, inizi ad avere una vita quasi normale. In primis, ti staccano i tubi: basta catetere-flebo-spillo nella schiena.
Finalmente, dopo 72 ore di digiuno si riprende a mangiare!! Inutile dire che il mio primo semolino aveva il sapore di un’aragosta. E non parliamo del primo pollo bollito!! Più buono di un’anatra all’arancia! (A questo proposito, vorrei spezzare una lancia a favore del cibo all’ospedale: un po’ insipido, ma nel complesso abbondante e soddisfacente).
La routine da ospedale prevede, nell’ordine:
-sveglia h 6
-passaggio delle signore delle pulizie
-passaggio infermiere per rilevamento febbre-pressione-prelievo sangue.
Terminati questi primi step, sono all’incirca le 6.45. In attesa della tanto agognata colazione, si può fare un giretto al bagno e lavarsi, considerando i tempi tecnici che servono per alzarsi dal letto, fare 50 mt che ti separano dal cesso, espletare le varie attività e percorso a ritroso, tutto in assenza totale dei muscoli addominali. L’ultimo giorno avevo totalizzato un tempo record di 32 minuti netti!
Dopo colazione, medicine e medicazioni; quindi, una prateria di tempo fino al pranzo, da impiegare a piacere tra: tv, letture, SettimanaEnigmistica, chiacchere con la vicina di letto, micro-pisolini.
Il pomeriggio arriva il dottore, che ti chiede come stai, passa a ravanarti la pancia dicendo “non ti faccio male, vero?” (-insomma, veramente un po’ sì…- e lui “certo certo, un po’ è normale”, -ah, ok!).
Dopo il dottore, passa suora/prete di cui sopra, a salutare (datemi retta: un bel cartello di avvertimento, così evitiamo ulteriori ricoveri per infarto). E poi niente, si aspetta la cena, scommettendo sul menu: purè e tacchino? o pastina in brodo e omogenizzato?

Insomma, non dico che sia un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita… Però io all’ospedale non ci sono stata per niente male! 😉

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gattoGiuliano era un gatto persiano color miele, obeso, proprio come quello del film di Kiss Me Licia, se vi ricordate. E infatti l’avevo chiamato proprio Giuliano. Però era meno antipatico del gatto della tv. Anzi, a pensarci bene, era semplicemente apatico. Sopportava di tutto: sessioni dalla parrucchiera (io) con acconciature fatte di nastrini legati ai peli, travestimenti da cappuccetto rosso e simili con i vestiti delle mie bambole ad opera mia e delle mie amichette, spupazzamenti tipo peluche da togliere il fiato. Non so perché fosse disposto ad accettare questo mini-purgatorio da parte di una bimba di 8 anni: forse perché nel suo passato aveva sopportato inferni ben peggiori…

Io e mamma l’avevamo trovato un pomeriggio di fine agosto, mentre raccoglievamo more per far la marmellata, lungo i binari morti verso Cecina. Si era avvicinato da dietro, poi aveva iniziato a miagolare, e io non c’avevo capito più niente. Fu amore a prima vista. Nonostante fosse sporco da far paura (e anche pieno di pulci, ma questo l’avremmo scoperto dopo) me l’ero caricato e l’avevamo portato a casa. Il primo periodo mi ha attaccato di tutto (certo, ci vivevo in simbiosi, ma perché solo a me?): pulci, tigna… poi è guarito, e sono guarita anche io.

Ricordo la prima volta che vide la neve: era il 1990 e a Collesalvetti fece una nevicata pazzesca: Giuliano normalmente usciva a farsi una passeggiatina dalla finestra che dava sul tetto. Quando uscì quel giorno inizio a saltare a zampe rigide sulla neve, come fosse posseduto. Dopo un minuto tornò indietro: questa fu la sua brevissima ma intensa settimana bianca.

Quando il tempo migliorava, si metteva dentro le fioriere vuote in terrazza, e le riempiva con la sua ciccia e il suo pelo super lungo. Chiudeva gli occhi e sembrava che sorridesse al sole. Poi, una mattina di maggio, cadde, proprio da quelle fioriere. Forse si era distratto, chissà… certo era un gatto patatone! Lo trovò mamma spiaccicato per terra dopo averlo cercato invano per un’ora. Lo portò in casa e lo mise dentro a una cesta di vimini, sotto al mio letto. Mi ricordo benissimo quando tornai da scuola e mamma mi disse sottovoce che Giuliano era caduto e che non stava molto bene (ti credo, un volo di sei metri…s’era praticamente giocato tutte e sette le vite!). Era stato due giorni in coma, fermo immobile. Noi parlavamo tutti sottovoce e a casa c’era un clima da funerale. Poi il terzo giorno si alzò, come niente fosse, e si scofanò un vassoio di croccantini.

Un’estate l’abbiamo perfino portato in Sicilia! Viaggio in macchina, genitori davanti e lui dietro con me, sofferente. Fece tutto il viaggio a bocca aperta, rantolando per il caldo (l’aria condizionata a quei tempi esisteva solo per i miliardari, credo). Alle soste in Autogrill muoveva tre passetti, beveva un po’, e risaliva in macchina da solo. E se il viaggio fu pessimo (compresa una pipì a 20 km dalla meta, la cui puzza andò via solo quando vendemmo la macchina) la permanenza lo fu ancora di più: rimase spaesato per tutto il mese, e un pomeriggio addirittura scappò: attraversò la strada e si andò ad infilare a casa di un signore sordo; io l’avevo visto dal balcone e gli corsi dietro, entrando come un fulmine in casa di questo pover’uomo che non capiva cosa stesse succedendo. Lo cercai in tutte le stanze fino in camera, sotto il letto.

A natale, invece dell’albero, prediligeva il presepe. Quindi niente salti in alto verso le palline, come fanno tutti i gatti di questo mondo. No, sarebbe stato troppo faticoso! Molto meglio andare a piazzarsi dentro la grotta di Gesù Bambino, ammazzando pastorelli, galline e pecore che incontrava sul percorso, per guadagnarsi un angolo di paradiso, protetto e lontano (ma solo per pochi minuti) dalle mie grinfie.

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Chi è un Fantalesionato? si definisce così colui che si diletta nel giuoco del fantacalcio, un calcio “fantastico” che si basa sulle azioni dei veri giocatori del campionato italiano della seria A, i quali però vengono assortiti in nuove squadre, gestite dai rispettivi allenatori. I Fantalesionati, appunto. Anche il calendario sarà un fanta-calendario, in cui le squadre si sfidano in andata e ritorno.

Il Fantalesionato, trovandosi ad agire in un fanta-calcio, è stimolato a mettere in atto grande creatività nella sceltà del nome della propria squadra. Anche i meno fantasiosi riusciranno così a sfoggiare nomi di squadre quali: Sboccaponci, Zemanlandia, Atletico Cono, AC Rondemà, Lokomotiv Buccellato e così via.

Vivere con un Fantalesionato è molto peggio che vivere con un Tifoso Romanista. Infatti, mentre il Romanista è interessato esclusivamente ai risultati della propria squadra del cuore (al massimo si documenta sulla Lazio), il Fantalesionato vorrà conoscere i risultati di tutte le squadre delle quali possiede almeno un giocatore. Nel caso di vittoria di una di queste, non si limita a conoscere il risultato finale. La domanda cruciale sarà invece la seguente: CHI ha segnato?

Il Fantalesionato si muove in un mondo per metà reale e per metà fantastico. Per questo motivo spesso perde il contatto con la realtà. Capiterà quindi che una domenica sera all’Aeroporto di Roma Fiumicino, alla vista dell’allenatore del Torino Ventura che si fa largamente i fatti suoi seduto su una poltroncina al gate 9D, il Fantalesionato decida di avvicinarsi con fare circospetto ma deciso al tempo stesso, e apostrofi il povero allenatore con le seguenti parole: “Lei mi dovrebbe fare un favore: ogni tanto dovrebbe mettermi in campo Meggiorini, che ce l’ho al fantacalcio. Se questo non mi gioca mai, sarà stata una spesa inutile. Per favore, mi aiuti!”. L’allenatore osserverebbe il Fantalesionato con uno sguardo a metà tra la pena e l’incredulità, quindi, senza proferire parola, tornerebbe alla lettura del proprio quotidiano.

Il Fantalesionato ha una scadenza settimanale di fondamentale importanza: entro la mattinata del sabato deve aver comunicato la propria formazione. Per non dimenticarsi di questo importante appuntamento, già dal giovedì inizierà a mettersi post-it gialli sulle porte e promemoria sul cellulare, e a ripetere con ossessione la seguente frase: “mi devo ricordare di dare la formazione, mi devo ricordare di dare la formazione!”. E’ un limite temporale estremamente importante: in caso di mancata comununicazione della propria formazione, la partita risulterebbe persa a tavolino.
nel caso in cui, per qualche fortuita ragione, non sia in condizioni di accedere a internet entro il termine previsto, il Fantalesionato potrà decidere di avvalersi dell’aiuto di fidati amici che, comprendendo la sua esigenza, volentieri verranno in suo soccorso, inserendo al posto suo la formazione nel data-base dei Fantalesionati 2012.

potrei andare avanti così…ma potrebbe risultare penoso. quindi mi fermo.

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La vita non è sempre facile se hai deciso di passarla in compagnia di un Tifoso della AS Roma. Può anche essere divertente, intendiamoci. Ma anche faticosa.

Iniziamo dal risveglio.
Si comincia la giornata con un vezzeggiativo: ultimamente sono stata chiamata Zemanina (in onore dell’attuale allenatore, naturalmente), oppure Osvaldina (nomignolo dovuto all’autore di uno degli ultimi -e c’è da ammetterlo, spettacolari-gol fatti).
Mi è capitato di essere chiamata anche Risetta (da Riise, ex-giocatore che segnò un gol memorabile in Juve-Roma del 2010). Invece non mi è mai capitato di setirmi chiamare Enriquetta, o Ranierina…si vede che quegli allenatori non sono entrati nel cuore del mio Tifoso come l’attuale.

Il risveglio successivo a un match può essere pieno di gioia o amarezza, a seconda che la squadra abbia vinto o perso. In quest’ultimo caso, il Tifoso non tarderà a pronunciare un ritornello familiare che recita pressappoco così: “che tristezza la vita, uno lavora tutta la settimana e poi neanche una piccola soddisfazione”. Una faccia depressa completa il quadro. Le stesse parole vengono pronunciate al termine della partita, la sera prima, in una specie di mantra buddista. Dopo, il Tifoso si chiude in un silenzio denso di mestizia.

Il Tifoso Romanista è sempre convinto che sia in atto un complotto. Dal momento che la AS Roma per definizione non imbroglia mai (questo sempre secondo il Tifoso), è chiaro che, in caso di fallimento, la colpa è sempre da attribuire alla squadra avversaria o all’arbitro. La Roma perde? la reazione sarà “vabbè ma gli altri hanno imbrogliato”.

Il Tifoso Romanista vorrebbe andare a vedere le partite della Roma allo stadio. Si organizza, pianifica, decide, ma poi, all’ultimo momento, si tira indietro, dicendo che vedere la partita di persona porta sfiga. Quindi dichiara che si sacrificherà per il bene della squadra.

Peraltro, il concetto di sacrificio è estremamente ricorrente: qualcunque cosa fatta, che richieda un minimo di sforzo, è fatta pensando alla Roma. Il Tifoso, insomma, dedica la sua sofferenza alla Roma, e la allevia pensando alla Roma. Tutto questo dovrebbe far vincere la squadra, secondo il Tifoso Romanista.

La vita di un Tifoso è caratterizzata da un alternarsi di alti e bassi, una sorta di depressione cronica dalla quale non si può riprendere facilemente, dal momento che anche i risultati della squadra sono notevolmente altalenanti.

Il Tifoso Romanista vorrebbe chiamare sua figlia “Romina”, vorrebbe arredare la casa con i colori della squadra (mattonelle del bagno comprese), e pianifica le proprie vacanze in funzione dei paesi d’origine dei giocatori. Cosa intendo?

  • 2010: vacanze in Montenegro per rendere omaggio ai luoghi di Vucinic
  • 2011: vacanze in Argentina per omaggiare Lamela
  • e così via…

Mi fermo qui. Credo di aver reso l’idea.

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Stanotte ho finito di leggere un libro veramente bello, L’età dell’oro, si intitolava.
Storia tragicomica di un industriale del tessile di Prato e della sua parabola da uomo di mondo, pieno di soldi-amanti-ville-auto-bei vestiti a vecchio-povero-malato terminale.

La cosa bella di questo libro è che il protagonista Ivo risulta comunque e sempre simpatico, nonostante talvolta agisca in maniera non totalmente onesta o moralmente integra. Alla fine stai sempre dalla sua parte, sia quando fa affari in nero, che quando fa le scarpe ai suoi concorrenti, o quando si porta a letto le loro mogli. Proprio come quando stai dalla parte di Michael Corleone, anche se non fa altro che ammazzare donne e uomini, uno dopo l’altro. Bella invenzione il punto di vista!

E poi l’autore mi garba perchè, facendo anche lui parte del magico mondo delle stoffe e dei filati, non manca mai di descrivere l’abbigliamento dei personaggi, ma soprattutto le stoffe dei loro vestiti. E la stoffa in quel caso dice tutto sulla persona, sulla sua estrazione sociale, sui suoi problemi, sulla sua storia. Ma solo a chi ha l’occhio clinico per capire, a chi di stoffe ne ha maneggiate tante. E l’autore in questo modo ci regala, in quelle pagine, il suo occhio allenato. Insomma, cose d’altri tempi. Adesso che ne sappiamo noi di stoffe?

Un libro che fa ridere e rattristare, e poi ancora ridere, e poi ancora rattristare. Che racconta la fine e poi l’inizio, con un gioco bellissimo di flash-back e flash-forward, e un utilizzo incredibile del dialogo, mai pesante e invece sempre accattivante.

Mi piacerebbe proprio saper scrivere così!

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Aspetto questo momento da mesi, e non so se sono più eccitata al pensiero di sentire una leggenda del rock inglese, oppure per ciò che vedrò attorno a me, e non solo sul palco… sarà un grande spettacolo in tutti i sensi, me lo sento!
L’aspettativa aumenta sempre più, mentre ci avviciniamo all’Ippodromo Delle Capannelle.
Poi, finalmente, inizio a vederli.
Ragazzi con i capelli cotonati, gli occhi truccati e il rossetto, tutto rigorosamente nero. Signore di mezza età con zeppe altissime, calze a rete e bustini aderenti. Il colore nero regna sovrano nel panorama di giovani e meno giovani che stasera, al solito sguardo trasognato e nostalgico dei dark, hanno aggiunto anche un pizzico di felicità, all’idea di incontrare il loro mito.
È il popolo di Robert Smith, e stasera ne faccio parte anche io, anche se non indosso niente di nero e non conosco a memoria tutte le canzoni dei Cure, ma solo le più famose.
Vediamo passare un ragazzo alto due metri: t-shirt bianca e jeans neri, anfibi, labbra rosse un po’ sbavate e cerone in viso. Dall’alto della sua statura oscilla un po’ e osserva tutti con uno sguardo ironico e beffardo. Sembra il sosia di Robert Smith (30 anni fa e forse anche 30 chili in meno). Tutti lo guardano, e lui ne è chiaramente fiero: sa di avere azzeccato il look di questa serata e soprattutto, sa di essere la copia esatta del suo idolo!
La maggior parte delle persone è arrivata in anticipo, e diversi hanno organizzato dei veri e propri pic-nic, con tovaglie a quadretti stese sull’erba, panini e birre, in attesa del grande evento.
Ci posizioniamo sul prato a destra del palco. Non siamo vicinissimi, ma ci sono i maxi schermi, e almeno c’è spazio per muoversi. Sono in molti ad aver avuto il mio stesso pensiero. Infatti, appena il concerto inizia (alle 21.30 spaccate, con una puntualità britannica che in Italia ci sogniamo) in tantissimi cominciano a ballare.
Non li noto subito (anche perché rimango per un po’ stregata ad ascoltare e guardare Robert Smith), ma proprio accanto a noi c’è una famiglia, una coppia di genitori che avranno tra i 45 e i 50 anni, insieme alla figlia adolescente. Ballano tutti come se fossero in trance per tutta la durata del concerto, con le movenze tipiche dei video anni ’80 dei Cure. Insomma, per intenderci, non vanno molto a tempo. Ma sono bellissimi, e si vede che stanno gustando a pieno questa serata.
Il sole è ormai del tutto tramontato e si è alzato il vento. Voce, musica, atmosfera … stasera è davvero tutto magico. Avevo proprio bisogno di questa cura.

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panni stesi sul balcone mentre piove

Vai Saluzzo 17. Abitavo lì. Si, perché mi ero detta che se mi fossi trasferita a Torino, avrei voluto vivere in centro, e non in periferia, che poi mi toccava prendere il tram. E allora, per vivere in centro a Torino senza avere a disposizione il montepremi di una lotteria, c’era solo un posto: San Salvario.

Via Saluzzo è la parallela di Via Nizza. La famigerata Via Nizza. Lo avevo detto alla mia capa, che avevo trovato finalmente casa, una casetta a ringhiera vicino alla stazione di Porta Nuova. Lei aveva fatto una faccia un po’ schifata e un po’ impaurita, consigliandomi di stare attenta perché “quello sì che è un pustàsc! Pieno di gentaccia, negger, pakistani! Ma i suoi lo sanno?”. Mi dava del ‘lei’. Le volevo dire che per quello che mi pagava, il pustàsc era il massimo che potessi mi permettere…

Del resto lo sapevo. Era semplicemente il quartiere multietnico. “Quando mi hai chiesto come mi trovavo qui, ho tralasciato di dirti che quella stessa notte avevano bruciato una macchina sotto casa mia” mi aveva confessato Marta, qualche mese dopo che mi ero stabilita nella nuova casa. Lei, amica di un’amica, mi dava qualche consiglio su come ambientarmi a Torino, e per l’appunto abitava proprio qualche strada più giù. “Altrimenti poi non saresti venuta, oppure ti saresti agitata…che senso aveva?”.

E comunque non era stato affatto difficile trovare casa. Era solo il secondo giorno che andavo in giro sottotetti ammuffiti, e poi chiamo il sig. Mancini, che mi da appuntamento all’angolo tra Corso Vittorio Emanuele e Via Saluzzo. Impressionata dalle leggende metropolitane, mi guardo intorno circospetta. Poi lo riconosco, col cane, che si guarda intorno anche lui, ma molto più rilassato di me. “Venga, da questa parte, sono solo pochi passi a piedi. Lei che fa di bello?” e iniziamo a parlare di viaggi, il cane arranca con la lingua di fuori perché è solo maggio ma fa già caldo.
Mentre cerca la chiave giusta, do un’occhiata ai nomi dei campanelli. Parecchi nomi stranieri, parecchi italiani, e al secondo piano la Pensione ‘La Camelia’.
Poi, davanti all’ascensore, tira fuori un minitelecomando, di quelli che si usano per aprire i cancelli. “Sa, purtroppo non tutti i condomini hanno voluto pagare per l’ascensore, quindi ci tocca usare questo trabiccolo”.
La casetta mi era piaciuta subito: un bilocale al quinto e ultimo piano di uno stabile dei primi del ‘900, con i tipici balconi a ringhiera. Pareti color pesca, mobilia essenziale, balconcino che si affacciava sulla via sottostante e un bagno (con finestra!!) che invece dava sul cortile interno.
La trattativa era stata veloce, e per 400 euro mensili l’avevo spuntata.

E così San Salvario aveva accolto anche me.
Il Sig. Mancini mi aveva affidato a Sebastiano, gestore sdentato della pensione del secondo piano, nonché tuttofare del palazzo. “Lei mi dice a me quello che cci manca, e io glielo potto!” mi aveva apostrofato la prima volta che c’eravamo conosciuti. “All’apparenza può sembrare un po’ così, ma è un tipo affidabile. Lo trova sempre al bar all’angolo. Diffidi invece dell’elettricista del pianterreno. Lui è veramente strano. Dimenticavo: il bar è pulito e fanno un ottimo caffè, ma la fauna …è varia”.
Queste le chiavi di lettura che il sig. Mancini mi aveva regalato per avventurarmi nella vita di quartiere.

“Anche io sono siciliana” avevo detto a Sebastiano una volta che c’eravamo trovati insieme in ascensore. “Ah! Che si sente che sono di Palemmo? L’accento non l’ho perso, nonostante che sono qui da 30 anni ormai!” aveva risposto col sorriso sdentato.

Ma vogliamo parlare dei miei vicini di casa? La prima sera che dormivo nel nuovo letto, mentre mi accingevo a cucinare la prima cena, mi accorgo che nella spesa di 10 kg che avevo fatto, mi ero dimenticata il sale. Va bene, mi dico, quale migliore occasione per conoscere i vicini?
Così mi armo di tazzina e inizio a suonare, uno dopo l’altro, tutti i campanelli del pianerottolo. Deserto. Non c’è nessuno. Poi, quando stavo per fare dietro-front verso una cena sciapa, si apre una porta. “Dica” mi fa il signore coi capelli grigi sulla porta. “Salve, sono Chiara, la nuova vicina…non è che mi presterebbe un po’ di sale? mi sono dimenticata di comprarlo” dico tendendo verso di lui la tazzina vuota. “Capita” dice prendendola, la faccia seria. Poi se ne va, e torna per restituirmela piena. “Buonasera” e senza aspettare la mia risposta, chiude. Andiamo bene, penso. Lui, il sig. Antonio, non l’ho più visto per tutti i 10 mesi in cui sono rimasta lì. A volte lo spiavo dal balcone, ma in realtà sentivo solo la tv con le cronache delle partite. Lui era peggio di un fantasma.

Invece Andrea la vedevo sempre. C’eravamo conosciute (o conosciuti) un pomeriggio che stendevo i panni.
Olàààà! tu devi essere la ragazza nuova? Io soi Andrea, soi du Brasiu, sto alla porta accantu. Quando tu hai bisogno, tu vieni, bussa, se nun sentu, per la musica, tu bussi più forte! Va bene? Che belu che con tutta questa jenti strana, almeno una ragazza carina come te! Io facio la parrucchiera qua vicinu, quando tu hai bisogno, tu vieni al negosiu! Con questi ricioli che hai, faciu un bel taglio sbarassinu, va bene?”.
E così una volta che avevo finito lo zucchero, avevo bussato. Effettivamente la musica pompava che era un piacere. “Azucar? Ma certo! Vieni bela, vieni dentro che fa frio, c’è un’amica che le sto tagliando i capelli”. La casina era come la mia, ma dipinta di fucsia, con tanti punti luce e specchi ovunque, sembrava il doppio. Quella volta, tra una sforbiciata e l’altra, mi aveva raccontato che era a Torino da 5 anni, e che si trovava meglio che a casa sua. “Qui tutti più liberi, più rilassati…”.
Secondo me era lei che era molto rilassata.

E poi c’erano Daniela e Antoniu. Si, proprio con la ‘u’ finale. Rumeni, abitavano nell’altra casetta di proprietà del Sig. Mancini. Che mi aveva raccomandato anche loro. Devo dire che erano molto schivi, silenziosi. Però la signora Daniela mi copriva sempre i panni stesi con un telo di plastica, quando iniziava a piovere. Facevano tutti così: se pioveva, non si ritirava la roba stesa, ma si metteva un bel telo di plastica resistente sopra. Assicuro che i panni continuano a rimanere bagnati.

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