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Archive for the ‘culinaria’ Category

Mi rimproverano sempre di essere una di quelle persone che vanno tanto in giro all’estero, Iran-Giappone-Marocco-Uzbekistan, snobbando le bellezze locali.
Va bene, dico, facciamoci una gitarella nei dintorni, una roba tipo all-inclusive da villaggio vacanze, così provo anche questa. Pasti, pernottamenti, intrattenimento tutto compreso: un bel ricovero in ospedale!
Adesso vi racconto nel dettaglio.

Il mio ultimo ricordo prima di cadere in catalessi da anestesia è un poco piacevole “lama n. 4”. Infatti avevo sperato ardentemente di addormentarmi presto per non sentire altro.
Il primo ricordo, appena svegliata, è un freddo boia e una strana sensazione di rivoluzione nella pancia. Parlavo, ma nessuno mi sentiva. Poi ho capito che era perché non mi usciva la voce: dopo un bel taglio verticale in pancia, i miei addominali erano andati a farsi benedire. Ma dato che sbattevo i denti tipo Siberia a gennaio, mi avevano piazzato lo stesso un bel tubo che sparava aria calda sotto l’ascella.
La cosa peggiore è stata quando, ancora immersa nei fumi dell’anestesia, nella mia stanza si affaccia un prete. “Ecco!” ho pensato “E’ qui per me, non ce l’ho fatta. Maremma impestata ladra!”.
Poi ho scoperto che preti e suore circolano liberamente nelle corsie d’ospedale per fare due parole con chi lo desidera. Benissimo! però mettete un bel cartello fuori dal reparto “se vedete un prete, non è lì ESPRESSAMENTE per voi”.

Insomma, i primi giorni:
a) sei a digiuno totale. Niente cibo per 76 ore. Nel complesso, considerando anche i due organi interni in meno, ho perso 5 kg in 5 giorni. Ci sarebbe tutto il materiale per il remake del celeberrimo film “7 chili in 7 giorni”: meno efficace, ma anche più breve. Il risultato è assicurato: niente ti fa perdere peso come il non mangiare, ed è molto più economico e veloce di dieta e dietologo;
b) sei legato da una selva di tubi e fili che ti rendono molto simile a Robocop;
c) hai uno spillo stile voodoo piantato nella spina dorsale che, mi avevano detto con tono rassicurante, “impedirà agli impulsi del dolore di arrivare al cervello, così non sentirai niente!”. Peccato che sentissi TUTTO. Per questo ho amato all’istante l’infermiera che per prima mi ha sparato un bell’antidolorifico in vena. “Non devi stare male” mi ha detto. “se senti dolore si fa un antidolorifico”. In pratica funziona come al bar: chiami l’infermiera, chiedi un antidolorifico come fosse un aperitivo, e in meno di due minuti ti portano qualcosa. Io li ho provati tutti: endovena, sublinguale, intramuscolo, pasticcone.

Poi, appena stai meglio, inizi ad avere una vita quasi normale. In primis, ti staccano i tubi: basta catetere-flebo-spillo nella schiena.
Finalmente, dopo 72 ore di digiuno si riprende a mangiare!! Inutile dire che il mio primo semolino aveva il sapore di un’aragosta. E non parliamo del primo pollo bollito!! Più buono di un’anatra all’arancia! (A questo proposito, vorrei spezzare una lancia a favore del cibo all’ospedale: un po’ insipido, ma nel complesso abbondante e soddisfacente).
La routine da ospedale prevede, nell’ordine:
-sveglia h 6
-passaggio delle signore delle pulizie
-passaggio infermiere per rilevamento febbre-pressione-prelievo sangue.
Terminati questi primi step, sono all’incirca le 6.45. In attesa della tanto agognata colazione, si può fare un giretto al bagno e lavarsi, considerando i tempi tecnici che servono per alzarsi dal letto, fare 50 mt che ti separano dal cesso, espletare le varie attività e percorso a ritroso, tutto in assenza totale dei muscoli addominali. L’ultimo giorno avevo totalizzato un tempo record di 32 minuti netti!
Dopo colazione, medicine e medicazioni; quindi, una prateria di tempo fino al pranzo, da impiegare a piacere tra: tv, letture, SettimanaEnigmistica, chiacchere con la vicina di letto, micro-pisolini.
Il pomeriggio arriva il dottore, che ti chiede come stai, passa a ravanarti la pancia dicendo “non ti faccio male, vero?” (-insomma, veramente un po’ sì…- e lui “certo certo, un po’ è normale”, -ah, ok!).
Dopo il dottore, passa suora/prete di cui sopra, a salutare (datemi retta: un bel cartello di avvertimento, così evitiamo ulteriori ricoveri per infarto). E poi niente, si aspetta la cena, scommettendo sul menu: purè e tacchino? o pastina in brodo e omogenizzato?

Insomma, non dico che sia un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita… Però io all’ospedale non ci sono stata per niente male! 😉

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A leggere questa frase si pensa subito al traffico, vero? anzi, al “trafficu”, detto in siciliano. A me viene in mente il film “Johnny Stecchino”, quando Benigni attraversa in macchina il centro di Palermo con lo zio. Quest’ultimo, parlando delle tre piaghe della Sicilia, non manca di menzionare la più grave, che è appunto il “trafficu”, che con le sue “troppe machine, j’è tentacolari e votticoso” e diffama la Sicilia intera, ma in particolare, “Paleimmo”.

Invece gli autisti del titolo in questo caso non guidano. Se ne stanno tranquilli dentro a un bar, scomposti nei loro vari ingredienti, in attesa di un povero fesso inconsapevole non cada vittima del tipico scherzetto di un palermitano.

Ora vengo e mi spiego, come dice Montalbano. Me ne cammino tranquilla per Palermo insieme ai miei amici indigeni, per digerire la magnatella serale: pasta con le sarde, involtini alla palermitana e cassata di ricotta al forno. Fabio propone di prendere un bel digestivo al bar che è solo due isolati più avanti. Quando entriamo, saluta il barista con la seguente frase “Due autisti per favore. Belli ubriachi!”. Il cameriere non fa una piega.

“Teresa, ma cosa è questo autista?” chiedo alla mia amica. Lei fa una risatina e dice “ora lo scopri…l’importante è che bevi veloce”. Io sono sempre più curiosa. Mi chiedo anche perchè beviamo solo io e Fabio, quando abbiamo mangiato tutti e sei come degli sfondati.

Nel frattempo il cameriere, con sguardo concentrato e gesti eleganti, ha messo sul bancone due bicchieroni. Li riempie con un pò di spremuta d’arancia, limoncello, acqua gassata. Tutti si raccomandano con me e mi danno istruzioni: “Appena il cameriere ti dice VIA tu devi bere!”. Inizio a preoccuparmi. Osservo il cameriere che aggiunge da una boccia di vetro una polvere bianca, che mi sembra zucchero in polvere. Dà una mescolata e poi mi da il permesso di bere.

E qui accade l’imponderabile. Mentre afferro il bicchiere e me lo porto alla bocca, il liquido, al buon sapore di agrumi e un pò frizzante, inizia a crescere e a fare schiuma, e la schiuma esce dal bicchiere. Teresa continua a urlare “Bevi, veloce!”, ma la bevanda è più veloce di me, e si versa sulle mie mani e sul bancone, mentre cerco sì di bere, ma rischio allo stesso tempo di soffocare, tra le risate e questo fantastico drink che mi scende in gola.

Il gruppo si è diviso: c’è chi fa il tifo per me e chi si piega in due dalle risate, mentre mi impegno per far fronte alla situazione. A un certo punto metto a fuoco la scena che mi circonda e vedo due turisti, forse tedeschi o olandesi, ma comunque nordici, che osservano con una faccia tra l’incredulo, il curioso e lo schifato. Alla fine getto la spugna, arresa di fronte al bagno che mi sono fatta. Poso il bicchiere quasi vuoto (ma la quantità che sono riuscita a bere è stata davvero poca) sul bancone allagato e mi scuso col cameriere per il disastro combinato. “Non si preoccupi signorina, succede sempre così” dice sorridendo gentilmente.

“Scusi, ma che c’ha messo dentro? cocaina?” “No signorina. Semplice bicarbonato”

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Avete pochissimo tempo ma non volete perdervi i luoghi e le attività salienti di Torino? seguite questa mini-guida rapida e non vi pentirete!

Da vedere:
Gli spazi aperti sono molto gradevoli, e grazie ai portici è possibile girare la città senza bagnarsi (troppo) anche se piove. Partendo dalla stazione di Porta Nuova si prosegue dritti su Via Roma, per giungere in Piazza S.Carlo, salotto buono della città, e si continua fino a Piazza Castello, dove c’è Palazzo Madama che ha ospitato il primo Parlamento d’Italia, nonchè  Palazzo Reale. Parallela a Via Roma c’è Via Carlo Alberto,  che passa attraverso la Piazza omonima, su cui si affacciano la Biblioteca Nazionale e il Palazzo dove nacque Vittorio Emanuele III, che ora ospita il Museo del Risorgimento. Un’altra elegante strada è Via Lagrange (il celebre matematico abitò in una delle case che si affacciano sulla strada, segnalata da una grande lapide di marmo) su cui si trova il famosissimo Museo Egizio, secondo solo al Museo del Cairo. Vale la pena visitarlo, disponendo di almeno un paio d’ore. Se piove lo consiglio, altrimenti è più piacevole stare all’aperto.

Da Piazza Castello ci sono più possibilità:

1-andando a destra si va verso il Po; percorrendo la via che ne porta il nome, adornata da ampi e accoglienti portici, si passa accanto alla Mole Antonelliana (vale una visita, edificio molto strano, nata come sinagoga e trasformata in Museo, prima del Risorgimento e poi del Cinema, con un ascensore super veloce che attraversando uno spazio vuoto porta alla guglia della struttura, regalando una vista mozzafiato su Torino), e si arriva a Piazza Vittorio Veneto, una lunghissima terrazza che si affaccia sul fiume. Propongo di attraversarlo, per visitare la Gran Madre di Dio, chiesa originale nel nome e nella struttura (circolare), ma soprattutto per salire sulla collina dei Cappuccini: dalla terrazza del convento si gode di una vista a (quasi) 360° sulla città, da una posizione diametralmente opposta a quella della Mole.
2-si gira a sinistra e si percorre Via Garibaldi, anch’essa pedonale, strada elegante dello shopping, e a un certo punto si gira a destra sotto un portico per raggiungere la Piazzetta del Palazzo di Città, angolo medievale di Torino su cui si affaccia il Municipio. Da qui si prosegue dritto verso Piazza San Giovanni, che prende il suo nome dal Duomo in cui è custodita la sindone. Sulla Piazza si trovano anche un orrendo Palazzo delle Poste, il Museo Archeologico e la Porta Palatina (in mattoncini rossi e circondata da un ordinato giardino) che in età Romana era uno degli accessi alla città. Da qui in poi inizia il quartiere del Quadrilatero, una volta zona degradata ma adesso abilmente recuperata e restaurata, ospita palazzi antichi e stradine strette, con tanti localini dove fare l’apericena e una vivace vita notturna.
Di giorno, assolutamente da non perdere, sempre in questo quartiere, il mercato di Porta Palazzo, una piazza grandissima dove si tiene il mercato ambulante più grande d’Europa: sembra d’essere al Cairo dalla folla e dalla confusione che c’è. Vivace, colorato, frequentato, vi si trova di tutto, dal pesce fresco alla carne Halal, frutta e verdura, oggetti di plastica e perfino l’Hijab.

Se c’è il sole, visitate il Parco del Valentino, un grandissimo giardino sul Po, dove si trova il Castello del Valentino che ospita la Facoltà di Architettura, l’orto botanico e il Borgo Medievale (costruito di sanapianta nel 1884 per l’esposizione universale che qui ebbe luogo, e mai smantellato. Decisamente molto realistico).
Una particolare menzione merita il quartiere di San Salvario, nei pressi della Stazione Porta Nuova, multietnico e affollato, con tanti locali e posticini dove mangiare spendendo poco.

C’è un posto molto originale e secondo me imperdibile per chi ama il mondo della lettura: il Circolo dei Lettori in Via Bogino 8: un luogo dedicato esclusivamente alla lettura, ospitato nell’elegantissimo Palazzo Graneri della Roccia, della metà del 1600. In questo luogo, che vide tra gli altri ospiti e soci del Circolo anche Camillo Benso Conte di Cavour e Massimo D’Azeglio, si tengono letture e presentazioni di libri, si può partecipare a gruppi di lettura oppure scegliersi un angolino per leggere in tranquillità.

Per mangiare:
A Torino si mangia tanto spendendo poco grazie all’aperitivo, magnifica invenzione che nel resto d’Italia conserva ancora la funzione di aprire lo stomaco alla cena, mentre qui si è trasformato in un vero e proprio pranzo. C’è in tutti i locali a partire dalle 18, e con un drink da 6-8 euro si può mangiare un mare di roba senza che nessuno dica niente.
Per mangiare una buona pizza, consiglio la pizzeria Sfashion, detta anche Fratelli La Cozza, in Piazza Carlo Alberto, di proprietà di Chiambretti, la cui gigantografia con un braccio ingessato ti accoglie all’entrata del locale invitando spiritosamente ad avere “calma e gesso”, cioè molta pazienza (infatti qui non si può prenotare e tocca sempre aspettare un pochino). La pizza è ottima.
Per provare la vera cucina piemontese, c’è un ristorante assolutamente da non perdere, la Badessa, in Piazza Carlo Emanuele, che propone ricette antiche prese da monasteri e conventi del Piemonte e rivisitate in chiave moderna. Si spende un pò di più, ma si mangia squisitamente e con abbondanti porzioni. I camerieri del locale indossano divertenti camicie da prete, con il colletto rigido da cui spunta il pezzetto di plastica bianca. Un pò trash forse, ma ricordo che l’ambiente è ecclesiastico.
Al Quadrilatero si trovano buoni locali di cucina araba, anche se il mio preferito è altrove, in Via Carlo Alberto: è il KIRKUK e propone un’ottima cucina curda e irachena, in un’ambientazione centro-asiatica di tutto rispetto.

I dolci a Torino sono tutti squisiti: i pasticcini sono ottimi ovunque, così come il gelato, anche se credo che il migliore sia quello di Grom, una gelateria che negli anni è cresciuta aprendo filiali ad ogni angolo della città, e deliziando i suoi abitanti con i gusti del mese, che cambiano ogni 30 giorni. Tipico è anche il bicerin, una bevanda fatta da cioccolata calda, caffè e panna, con l’aggiunta di un pò di liquore, ottimo per scaldarsi.

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uno spuntino a Livorno

Siete a Livorno e avete un buchino nello stomaco? allora vi trovate nel posto giusto! e comunque, anche senza fame vale la pena di assaggiare le tipiche specialità livornesi del fuori pasto.

Se state facendo la spesa in piazza Cavallotti, al mercato della frutta e verdura, sarà il vostro naso a portarvi verso l’angolo dove, da più di 100 anni, sta l’Antica Friggitoria. Entrando da una delle due porte si viene investiti da un profumino di fritto dolce/salato. Io stessa quando entro non so mai se darmi al dolce, con l’intramontabile frate (le ciambelle di pasta lievitata fritta, ripassate nello zucchero), oppure optare per gli scagliozzi, pezzetti di polenta fritta fritta salata e croccantina (prodotto ahimè solo stagionale, visto che d’estate vanno in letargo). I ragazzi che friggono e servono sono sempre sorridenti e tanto pazienti con la clientela che, come me, cambia idea mille volte prima di decidere. Anche perchè la scelta è ampia: oltre alle patatine, ci sono i bomboloni, da riempire con crema, cioccolata o marmellatai, e i  cenci, anche questi stagionali, solo durante il carnevale. Il frate invece non ti tradisce mai, si trova sempre, e morderlo riempendosi di zucchero è sempre una grande gioia, che mi riporta indietro di tanti anni, quando da piccina il mio babbo mi portava qui e mi diceva “ora si prende un frate, ma non lo dire a mamma!”

30 passi più giù, prima di arrivare sui fossi, proprio a destra del mercato coperto, sta l’altro tempio dello spuntino, la torteria Gagarin, così chiamata per la somiglianza del proprietario con il famoso astronauta russo. Si riconosce perchè spesso la fila dei clienti si trova già fuori. Ma cosa si mangia qui, chiederete voi? la torta! ma mica la torta tipo il pandspagna! no! a Livorno, quando si dice Torta, si intende la torta di ceci, una torta salata bassa, cotta nel forno a legna, croccante fuori e soffice dentro, a base di farina di ceci. Si può gustare così come esce dal forno, con una bella spruzzatina di pepe nero, oppure farsela mettere nella schiacciatina tonda (il famoso “5 e 5”, nome che arriva dl passato, quando si prendevano 5 lire di torta e 5 di pane), o nello sfilatino, detto anche “francesino”. Il tutto si può arricchire con delle fettine di melanzane sott’olio, una vera chiccheria! ma l’attrazione di questo posto sono i proprietari, una simpatica famiglia composta da mamma e due figlioli, che si alternano tra forno, bancone e cucina. Mentre lavorano cantano Guccini e De Andrè, battibeccano tra loro e servono la clientela, che se la ride mentre aspetta il proprio turno. Io, lo confesso, ho sempre un pò di soggezione al momento di ordinare: ho paura di sbagliare e chiedere la CECINA, nome che viene utilizzato a Pisa. “Qui esiste solo la torta!” -disse una volta la padrona allo sventurato cliente che l’aveva chiesta- “la cecina non c’è, è cattiva”!

Se costeggiate la strada del porto, che dal centro porta all’imbocco della superstrada, noterete la folla di auto, motorini, camion parcheggiati ai bordi della strada. Siete a Piazzale Zara, dove da 20 anni staziona il camioncino de La Banda der Panino. La clientela è molto varia: camionisti solitari, gruppi di giovani, famiglie intere coi bimbi piccoli. Si può mangiare di tutto, dai primi, al fritto misto, ma la vera specialità sono i panini fantasiosi: con la salsiccia, con l’arrosto arrostito, l’hamburger, il cartoccio (un fagottino di prosciutto cotto con dentro funghetti e formaggio che fonde, il tutto scaldato sulla griglia), a cui aggiungere pomodori-insalata-peperoni-melanzane-cipolle cotte e crude, e poi le salsine: maionese, ketchup, salsa verde, salsa rosa, salsa alle olive, agli asparagi, e tabasco per i più coraggiosi. Una menzione particolare meritano le vaschette di patatine e wurstel/salsiccia. Prima esisteva perfino la vaschetta del terrore, in cui si poteva mettere TUTTO. Poi sono stati costretti a eliminarla, perchè il TUTTO era troppo difficile da gestire.

Si arriva, si prende il numerino come in macelleria, e si attende che passino quei 20 numeri che hai davanti, tempo che si può utilizzare per guardare bene il bancone e decidere. E’ una grande catena di montaggio, ma il cuore di tutto è la griglia, dove sta Alberto, un ragazzo simpatico col pizzetto e i capelli lunghissimi avvolti nel cappellino. Quando chiama il tuo numero devi essere velocissimo a ordinare, senza dimenticare niente. Lui si ricorda la tua faccia e cosa hai ordinato, e una volta cotta la carne passa il panino alla collega per la guarnizione verdurine-salse. Cerco di infilarci più ingredienti possibile, allungo il braccio e afferro il mio paninozzo, che pesa almeno mezzo kg. Finalmente mi siedo a uno dei tavolini tondi e mi godo la vista delle gru del porto al tramonto. Che goduria!

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