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Archive for gennaio 2015

logoCome scrivevo qui, il mio Tifoso della Roma non vuole andare quasi mai a vedere le partite allo stadio. Dice di volerci andare, sembra quasi che pianifichi le trasferte, ma poi dice che porta sfiga, e la guarda sul divano di casa. Al massimo, proprio a voler strafare, va a vedere quelle facili (cioè quelle contro il Siena, il Sassuolo, il Livorno). Però, così dicendo, se la gufa da solo, quindi anche le partite ritenute facili di solito finiscono maluccio (insomma potevan finire meglio).
Tuttavia, nella mia (ancora breve) esperienza di vita con un Tifoso Romanista c’è stata una eccezione, esattamente 5 anni fa. All’epoca vivevo a Torino e in un eccesso di vitalità, mio marito (allora fidanzato) mi ha portato allo stadio a vedere Juve-Roma, sfidando tutte le sfighe. Non poteva scegliere occasione migliore: partita in notturna, un freddo porco come solo a Torino può fare la sera del 23 gennaio. Io quindi mi preparo di conseguenza: collant sotto ai jeans, due maglioni, piumino, stivali, e per concludere guanti-sciarpa-cappello. Mentre ci incamminiamo verso lo stadio (io come il famoso omino della Michelen, il Tifoso Romanista scaldato dal sacro fuoco dell’amore per la Maggica), osservo le persone che trasportano dei fagottini e oggetti simili… aspetta… sono coperte!?!? pile, lana… e piano piano capisco che morirò di freddo. E io che pensavo di essermi premunita a dovere!!
Ma la serata è appena iniziata e non c’è tempo da perdere pensando al gelo che patirò! c’è piuttosto da capire da dove guarderemo la partita. Perché chiaramente abbiamo i posti assegnati, “ma tanto possiamo spostarci, anzi magari riusciamo ad andare in curva con gli ultrà” mi dice il Tifoso Romanista che è ormai in trance da pre-partita e è già partito per la tangente. Ed ecco che, dopo i tornelli, mi trascina verso la curva. Non so come riusciamo a entrare, e improvvisamente mi trovo in mezzo a un delirio di bandiere, botti, fumogeni, cori, che mi sembra di ribaltarmi di sotto. Lui ormai non ci capisce più niente. Però, quando mi scoppia un petardo a mezzo metro che neanche a Kabul mi ero mai trovata in una situazione simile, non ci capisco più niente nemmeno io e scappo. Un poliziotto ci apre il cancello e ci fa uscire. “Solo perché c’è la signora, altrimenti ti facevo rimanere lì!”. Ma per fortuna riusciamo a guadagnarci un posticino tranquillo, in mezzo ad altri romanisti camuffati, e finalmente iniziamo a goderci la partita. Cioè, lui se la gode, io inizio a ibernarmi. Un processo lento ma costante, che mi vede seduta su un seggiolino di plastica gelida, sempre più ferma e bianca, a sbuffare nuvolette di vapore. Intorno a me gente avvolta nelle coperte, col passamontagna, una signora in pelliccia come non ne vedevo dal 1989.
Ora non sto a dilungarmi sui dettagli, tanto li racconterei male. Quello che ricordo è che, verso la fine, la partita era sull’1 pari. Poi, a pochi minuti dalla fine, Riise (un giocatore norvegese che mi stava molto simpatico perché giocava sempre a maniche corte anche quando faceva -5°, come in questa occasione) segna il gol decisivo.
Inutile dire che almeno un quarto dello stadio viene giù, perché a quel punto la partita è finita. Mi giro per guardare la reazione del Tifoso Romanista e… non lo vedo! Che si sia buttato di sotto per abbracciare Riise e tutti gli altri? poi lo scorgo, abbracciato a due signori (presumo Romanisti anche loro), che salta e grida. Corre da me, mi abbraccia, poi corre verso la balaustra, poi si abbraccia con un ottantenne seduto a pochi sedili da noi, che era stato tutta la partita col plaid scozzese sulle gambe, e che adesso salta anche lui dalla gioia.
La folla defluisce pian piano, e io riesco a stento a trattenere la gioia incontenibile del Tifoso Romanista, che vorrebbe attaccare con le sue consuete telefonate fiume al padre e al fratello, come dopo ogni partita. Andiamo a piedi a casa, 4 km di passeggiata per decomprimere, ma cosa vuoi che sia dopo questa immensa gioia?
Io mio marito non l’ho mai visto così felice, neanche il giorno del nostro matrimonio…

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gattoGiuliano era un gatto persiano color miele, obeso, proprio come quello del film di Kiss Me Licia, se vi ricordate. E infatti l’avevo chiamato proprio Giuliano. Però era meno antipatico del gatto della tv. Anzi, a pensarci bene, era semplicemente apatico. Sopportava di tutto: sessioni dalla parrucchiera (io) con acconciature fatte di nastrini legati ai peli, travestimenti da cappuccetto rosso e simili con i vestiti delle mie bambole ad opera mia e delle mie amichette, spupazzamenti tipo peluche da togliere il fiato. Non so perché fosse disposto ad accettare questo mini-purgatorio da parte di una bimba di 8 anni: forse perché nel suo passato aveva sopportato inferni ben peggiori…

Io e mamma l’avevamo trovato un pomeriggio di fine agosto, mentre raccoglievamo more per far la marmellata, lungo i binari morti verso Cecina. Si era avvicinato da dietro, poi aveva iniziato a miagolare, e io non c’avevo capito più niente. Fu amore a prima vista. Nonostante fosse sporco da far paura (e anche pieno di pulci, ma questo l’avremmo scoperto dopo) me l’ero caricato e l’avevamo portato a casa. Il primo periodo mi ha attaccato di tutto (certo, ci vivevo in simbiosi, ma perché solo a me?): pulci, tigna… poi è guarito, e sono guarita anche io.

Ricordo la prima volta che vide la neve: era il 1990 e a Collesalvetti fece una nevicata pazzesca: Giuliano normalmente usciva a farsi una passeggiatina dalla finestra che dava sul tetto. Quando uscì quel giorno inizio a saltare a zampe rigide sulla neve, come fosse posseduto. Dopo un minuto tornò indietro: questa fu la sua brevissima ma intensa settimana bianca.

Quando il tempo migliorava, si metteva dentro le fioriere vuote in terrazza, e le riempiva con la sua ciccia e il suo pelo super lungo. Chiudeva gli occhi e sembrava che sorridesse al sole. Poi, una mattina di maggio, cadde, proprio da quelle fioriere. Forse si era distratto, chissà… certo era un gatto patatone! Lo trovò mamma spiaccicato per terra dopo averlo cercato invano per un’ora. Lo portò in casa e lo mise dentro a una cesta di vimini, sotto al mio letto. Mi ricordo benissimo quando tornai da scuola e mamma mi disse sottovoce che Giuliano era caduto e che non stava molto bene (ti credo, un volo di sei metri…s’era praticamente giocato tutte e sette le vite!). Era stato due giorni in coma, fermo immobile. Noi parlavamo tutti sottovoce e a casa c’era un clima da funerale. Poi il terzo giorno si alzò, come niente fosse, e si scofanò un vassoio di croccantini.

Un’estate l’abbiamo perfino portato in Sicilia! Viaggio in macchina, genitori davanti e lui dietro con me, sofferente. Fece tutto il viaggio a bocca aperta, rantolando per il caldo (l’aria condizionata a quei tempi esisteva solo per i miliardari, credo). Alle soste in Autogrill muoveva tre passetti, beveva un po’, e risaliva in macchina da solo. E se il viaggio fu pessimo (compresa una pipì a 20 km dalla meta, la cui puzza andò via solo quando vendemmo la macchina) la permanenza lo fu ancora di più: rimase spaesato per tutto il mese, e un pomeriggio addirittura scappò: attraversò la strada e si andò ad infilare a casa di un signore sordo; io l’avevo visto dal balcone e gli corsi dietro, entrando come un fulmine in casa di questo pover’uomo che non capiva cosa stesse succedendo. Lo cercai in tutte le stanze fino in camera, sotto il letto.

A natale, invece dell’albero, prediligeva il presepe. Quindi niente salti in alto verso le palline, come fanno tutti i gatti di questo mondo. No, sarebbe stato troppo faticoso! Molto meglio andare a piazzarsi dentro la grotta di Gesù Bambino, ammazzando pastorelli, galline e pecore che incontrava sul percorso, per guadagnarsi un angolo di paradiso, protetto e lontano (ma solo per pochi minuti) dalle mie grinfie.

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