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Archive for giugno 2011

Il nonno guaritore

il nonno guaritore

L’attenzione di tutti gli occupanti della stanza era concentrata sul piatto, e in particolare su quelle tre gocce di olio che galleggiavano nell’acqua. E che non si mescolavano.
“Non sono loro, mi dispiace. Non posso fare niente per voi” aveva detto il nonno.
I genitori del bambino, sconsolati, si erano ripresi la canottierina del piccolo, su cui era stato posato il piatto. Non era necessario che fosse presente la persona vittima del presunto malocchio. Era sufficiente portare un indumento indossato sulla pelle.

“Nonno, perché non hai potuto levare il malocchio a Peppino?” aveva chiesto mia mamma non appena la coppia era uscita.
“Perché Peppino non ha il malocchio. Se una persona ha il malocchio, le tre gocce d’olio si allargano e si mischiano. Peppino ha qualche altra cosa, ma non so cosa”
“E perché Peppino non è venuto anche lui?”
“Perché non serve. È bastata la sua maglia per capire”.

A sette anni non si può capire proprio tutto, di una questione così strana.
Ma per mia mamma non era un problema: le piaceva lo stesso osservare suo nonno, anche se non capiva bene cosa succedeva. Le piaceva guardarlo mentre accoglieva le persone che avevano bisogno di aiuto e mentre ascoltava il loro problema. Si sentiva la sua assistente speciale, mentre gli teneva il piatto (perché a lui tremavano un po’ le mani), lo riempiva con l’acqua e gli porgeva l’olio e il sale. E le piaceva guardare il nonno, mentre mormorava quella litania incomprensibile, la formula magica che scacciava ogni malattia. Quelle parole che si possono imparare solo durante la notte di Pasqua.
Agli occhi di mia mamma, il nonno era un mago, e lei si sentiva parte di quella magia.

La guarigione più richiesta era senz’altro quella dal malocchio. Tutti si sentivano, in un modo o nell’altro, vittime del malocchio, oppure pensavano che un componente della famiglia potesse esserlo. Il sintomo era principalmente un malessere, di vario tipo. Il grande vantaggio, come già accennato, era quello di poter agire “in contumacia”, cioè in assenza dell’interessato. Cosa che valeva anche per gli animali domestici. Anche loro, infatti, potevano avere il malocchio: in quel caso, difficilmente si poteva trasportare un bue o una giumenta. Allora si strappava un pò di crine e si agiva su quello.
Ma c’erano anche altri male, ai quali il nonno sapeva porre rimedio: le insolazioni (“coglieva il sole”), il mal di pancia (“calava i vermi”), i reumatismi (“toglieva l’umidità dalle ossa”).

“Hanno bussato. Vai a vedere chi è” aveva chiesto il nonno.
I coniugi Giaquinta tornavano per la seconda volta nella giornata. La signora da tempo aveva un forte mal di testa, che non voleva passare. Stamani il nonno le aveva trovato il malocchio: anche mia mamma l’aveva capito, perché le tre gocce d’olio, su cui il nonno aveva buttato un pizzico di sale, si erano unite, formando una grossa macchia che si spandeva sulla superficie dell’acqua. “Sono loro” aveva detto con sicurezza.
‘Loro’ chi? Si chiedeva sempre mia mamma. E pensava a una squadra di diavoletti, responsabili del malocchio che affliggeva la signora.
Che per l’appunto era tornata per ripetere il rito, la seconda volta. Il malocchio infatti si scacciava in tre round, ripetendo la stessa procedura per tre volte.
“Tornate stasera, dopo cena, così finiamo” aveva detto il nonno salutandoli.

“E’ finita l’acqua santa. Ci serve stasera, quando torna la signora Giaquinta”.
Il terzo round era quello decisivo. Affinché il malocchio venisse definitivamente scacciato, serviva un’arma segreta: l’acqua da versare nel piatto doveva provenire da tre fonti diverse. Il massimo era che l’acqua fosse presa dai fonti battesimali delle tre chiese del paese. Diversamente, andava bene anche l’acqua delle tre fontane. Ma l’acqua santa era senz’altro più potente, si capisce.
Mia mamma in questo aveva un ruolo fondamentale. Toccava a lei, armata di una bottiglietta di vetro vuota, di quelle del succo di frutta, fare il giro delle tre chiese. Stando attenta a non farsi vedere da nessuno, entrava rapidamente in chiesa, affondava la bottiglietta nel fonte, e quando la sentiva abbastanza piena, usciva di corsa. Certe volte veniva sorpresa dal sacrestano. Allora abbandonava la bottiglietta e correva a casa.

“Nonno, ma glielo levi il malocchio alla Signora Giaquinta?” chiedeva mia mamma.
“Spero di si”
“E se glielo levi, che cosa ti regalano?”
“Quello che vogliono loro”
A mia mamma piaceva il lieto fine. Era contenta quando vedeva le persone andare via sollevate, per il malocchio tolto. E le piaceva anche indovinare cosa avrebbero regalato al nonno. La guarigione infatti non era valida se non veniva accompagnata da un dono: a discrezione del guarito, poteva essere una bottiglia di vino o di olio, una mezza dozzina di uova, ma anche 500 o 1000 lire, in casi davvero eccezionali.
“Secondo me ti regalano le uova, perché hanno le galline. Anzi, ti regalano una gallina intera!” fantasticava mia mamma.

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A leggere questa frase si pensa subito al traffico, vero? anzi, al “trafficu”, detto in siciliano. A me viene in mente il film “Johnny Stecchino”, quando Benigni attraversa in macchina il centro di Palermo con lo zio. Quest’ultimo, parlando delle tre piaghe della Sicilia, non manca di menzionare la più grave, che è appunto il “trafficu”, che con le sue “troppe machine, j’è tentacolari e votticoso” e diffama la Sicilia intera, ma in particolare, “Paleimmo”.

Invece gli autisti del titolo in questo caso non guidano. Se ne stanno tranquilli dentro a un bar, scomposti nei loro vari ingredienti, in attesa di un povero fesso inconsapevole non cada vittima del tipico scherzetto di un palermitano.

Ora vengo e mi spiego, come dice Montalbano. Me ne cammino tranquilla per Palermo insieme ai miei amici indigeni, per digerire la magnatella serale: pasta con le sarde, involtini alla palermitana e cassata di ricotta al forno. Fabio propone di prendere un bel digestivo al bar che è solo due isolati più avanti. Quando entriamo, saluta il barista con la seguente frase “Due autisti per favore. Belli ubriachi!”. Il cameriere non fa una piega.

“Teresa, ma cosa è questo autista?” chiedo alla mia amica. Lei fa una risatina e dice “ora lo scopri…l’importante è che bevi veloce”. Io sono sempre più curiosa. Mi chiedo anche perchè beviamo solo io e Fabio, quando abbiamo mangiato tutti e sei come degli sfondati.

Nel frattempo il cameriere, con sguardo concentrato e gesti eleganti, ha messo sul bancone due bicchieroni. Li riempie con un pò di spremuta d’arancia, limoncello, acqua gassata. Tutti si raccomandano con me e mi danno istruzioni: “Appena il cameriere ti dice VIA tu devi bere!”. Inizio a preoccuparmi. Osservo il cameriere che aggiunge da una boccia di vetro una polvere bianca, che mi sembra zucchero in polvere. Dà una mescolata e poi mi da il permesso di bere.

E qui accade l’imponderabile. Mentre afferro il bicchiere e me lo porto alla bocca, il liquido, al buon sapore di agrumi e un pò frizzante, inizia a crescere e a fare schiuma, e la schiuma esce dal bicchiere. Teresa continua a urlare “Bevi, veloce!”, ma la bevanda è più veloce di me, e si versa sulle mie mani e sul bancone, mentre cerco sì di bere, ma rischio allo stesso tempo di soffocare, tra le risate e questo fantastico drink che mi scende in gola.

Il gruppo si è diviso: c’è chi fa il tifo per me e chi si piega in due dalle risate, mentre mi impegno per far fronte alla situazione. A un certo punto metto a fuoco la scena che mi circonda e vedo due turisti, forse tedeschi o olandesi, ma comunque nordici, che osservano con una faccia tra l’incredulo, il curioso e lo schifato. Alla fine getto la spugna, arresa di fronte al bagno che mi sono fatta. Poso il bicchiere quasi vuoto (ma la quantità che sono riuscita a bere è stata davvero poca) sul bancone allagato e mi scuso col cameriere per il disastro combinato. “Non si preoccupi signorina, succede sempre così” dice sorridendo gentilmente.

“Scusi, ma che c’ha messo dentro? cocaina?” “No signorina. Semplice bicarbonato”

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“L’uomo col megafono parlava parlava parlava di cose importanti, purtroppo i passanti, passando distratti, a tratti soltanto sembravano ascoltare il suo monologo, ma l’uomo col megafono credeva nei propri argomenti e per questo andava avanti, ignorando i continui commenti di chi lo prendeva per matto… però il fatto è che lui… soffriva… lui soffriva… davvero
L’uomo col megafono cercava, sperava, tentava di bucare il cemento e gridava nel vento parole di avvertimento e di lotta, ma intanto la voce era rotta e la tosse allungava i silenzi, sembrava che fosse questione di pochi momenti, ma invece di nuovo la voce tornava, la voce tornava…
Compagni! Amici! Uniamo le voci! Giustizia! Progresso! Adesso! Adesso!
L’uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo, lui così magro, profondo e ridicolo insieme, lo sguardo di un uomo a cui preme davvero qualcosa, e che grida un tormento reale, non per un esaurimento privato e banale, ma proprio per l’odio e l’amore, che danno colore e calore, colore e calore ma lui… soffriva… lui soffriva… davvero
Compagni! Amici! Uniamo le voci! Giustizia! Progresso! Adesso! Adesso!”
 
Qualche giorno fa, guidando, ho sentito alla radio questa bella canzone di Daniele Silvestri. Mi era piaciuta; non avrei saputo dire perchè in quel momento, ma mi era piaciuta un sacco. Così l’ho cercata su internet per riascoltarla. Quella canzone mi dava un senso di familiarità che però non riuscivo a distinguere. Non riuscivo a mettere a fuoco la situazione che si nascondeva dietro a quella sensazione…
 
Poi, a un certo punto, ho capito.
Filippo Bellissima. L’uomo col megafono. Quell’anziano signore che tutte le mattine, con il suo microfono dotato di amplificatore, accoglieva studenti, lavoratori, pendolari e barboni sulla Piazza della Stazione, con le seguenti parole: “Pecore. Siete tutti pecore”. Mormorava quelle parole, che avevano un che di lugubre, e allungava volutamente la “e” finale come fosse un belato, il nostro belato. Quello della gente che ogni mattina si alza, si lava, si veste ed esce, per andare a scuola, in ufficio, a lavoro. Che insomma affronta la vita, con più o meno entusiasmo.
 
Spesso si spostava, seguendo il gregge che trotterellava verso l’impegno quotidiano. E continuava con il suo repertorio. Se sceglieva di seguire noi studenti, si piazzava davanti ai cancelli del Liceo, e qui, con voce più squillante, iniziava a proclamare la consueta litania: “Preside Stronzo! Presidente Stronzo” elencando a seguire tutte le più alte cariche istituzionali che gli venivano in mente.
A volte arrivava perfino a redigere dei volantini contenenti le sue idee principali, che distribuiva alle persone, o che gettava più semplicemente a terra, incurante del fatto che qualcuno le leggesse davvero.
 
Era minuto, la barba e i capelli bianchi, una giacca di velluto a coste e un berretto calcato bene sulle orecchie. Usciva sempre, con la pioggia e col sole, col freddo e col caldo, a volte in bici, trasportando un cagnetto nel cestino. E si scagliava contro il malgoverno, malediceva le ingiustizie, come la mancanza di lavoro per i giovani o la fame nel mondo. I suoi pensieri erano assunti che brillavano per logica ed eloquenza, e si esplicavano con una retorica capace di far impallidire il migliore avvocato del Foro.
 
Appena scesa dal pullman, assonnata e un pò preoccupata per il compito di matematica che di lì a poco avrei dovuto affrontare, lo ascoltavo declamare queste sue idee, ammirata e sconcertata al tempo stesso. Per quella sua speranza di bucare il cemento delle nostre menti annebbiate dal sonno. Per quella non curanza verso chi lo prendeva per matto. Per quella forza con cui credeva ai propri argomenti. Proprio come si dice nella canzone.
Sono quasi sicura che Daniele Silvestri si sia ispirato a Filippo Bellissima. Non avrebbe potuto descriverlo meglio.

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