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Archive for gennaio 2011

uno spuntino a Livorno

Siete a Livorno e avete un buchino nello stomaco? allora vi trovate nel posto giusto! e comunque, anche senza fame vale la pena di assaggiare le tipiche specialità livornesi del fuori pasto.

Se state facendo la spesa in piazza Cavallotti, al mercato della frutta e verdura, sarà il vostro naso a portarvi verso l’angolo dove, da più di 100 anni, sta l’Antica Friggitoria. Entrando da una delle due porte si viene investiti da un profumino di fritto dolce/salato. Io stessa quando entro non so mai se darmi al dolce, con l’intramontabile frate (le ciambelle di pasta lievitata fritta, ripassate nello zucchero), oppure optare per gli scagliozzi, pezzetti di polenta fritta fritta salata e croccantina (prodotto ahimè solo stagionale, visto che d’estate vanno in letargo). I ragazzi che friggono e servono sono sempre sorridenti e tanto pazienti con la clientela che, come me, cambia idea mille volte prima di decidere. Anche perchè la scelta è ampia: oltre alle patatine, ci sono i bomboloni, da riempire con crema, cioccolata o marmellatai, e i  cenci, anche questi stagionali, solo durante il carnevale. Il frate invece non ti tradisce mai, si trova sempre, e morderlo riempendosi di zucchero è sempre una grande gioia, che mi riporta indietro di tanti anni, quando da piccina il mio babbo mi portava qui e mi diceva “ora si prende un frate, ma non lo dire a mamma!”

30 passi più giù, prima di arrivare sui fossi, proprio a destra del mercato coperto, sta l’altro tempio dello spuntino, la torteria Gagarin, così chiamata per la somiglianza del proprietario con il famoso astronauta russo. Si riconosce perchè spesso la fila dei clienti si trova già fuori. Ma cosa si mangia qui, chiederete voi? la torta! ma mica la torta tipo il pandspagna! no! a Livorno, quando si dice Torta, si intende la torta di ceci, una torta salata bassa, cotta nel forno a legna, croccante fuori e soffice dentro, a base di farina di ceci. Si può gustare così come esce dal forno, con una bella spruzzatina di pepe nero, oppure farsela mettere nella schiacciatina tonda (il famoso “5 e 5”, nome che arriva dl passato, quando si prendevano 5 lire di torta e 5 di pane), o nello sfilatino, detto anche “francesino”. Il tutto si può arricchire con delle fettine di melanzane sott’olio, una vera chiccheria! ma l’attrazione di questo posto sono i proprietari, una simpatica famiglia composta da mamma e due figlioli, che si alternano tra forno, bancone e cucina. Mentre lavorano cantano Guccini e De Andrè, battibeccano tra loro e servono la clientela, che se la ride mentre aspetta il proprio turno. Io, lo confesso, ho sempre un pò di soggezione al momento di ordinare: ho paura di sbagliare e chiedere la CECINA, nome che viene utilizzato a Pisa. “Qui esiste solo la torta!” -disse una volta la padrona allo sventurato cliente che l’aveva chiesta- “la cecina non c’è, è cattiva”!

Se costeggiate la strada del porto, che dal centro porta all’imbocco della superstrada, noterete la folla di auto, motorini, camion parcheggiati ai bordi della strada. Siete a Piazzale Zara, dove da 20 anni staziona il camioncino de La Banda der Panino. La clientela è molto varia: camionisti solitari, gruppi di giovani, famiglie intere coi bimbi piccoli. Si può mangiare di tutto, dai primi, al fritto misto, ma la vera specialità sono i panini fantasiosi: con la salsiccia, con l’arrosto arrostito, l’hamburger, il cartoccio (un fagottino di prosciutto cotto con dentro funghetti e formaggio che fonde, il tutto scaldato sulla griglia), a cui aggiungere pomodori-insalata-peperoni-melanzane-cipolle cotte e crude, e poi le salsine: maionese, ketchup, salsa verde, salsa rosa, salsa alle olive, agli asparagi, e tabasco per i più coraggiosi. Una menzione particolare meritano le vaschette di patatine e wurstel/salsiccia. Prima esisteva perfino la vaschetta del terrore, in cui si poteva mettere TUTTO. Poi sono stati costretti a eliminarla, perchè il TUTTO era troppo difficile da gestire.

Si arriva, si prende il numerino come in macelleria, e si attende che passino quei 20 numeri che hai davanti, tempo che si può utilizzare per guardare bene il bancone e decidere. E’ una grande catena di montaggio, ma il cuore di tutto è la griglia, dove sta Alberto, un ragazzo simpatico col pizzetto e i capelli lunghissimi avvolti nel cappellino. Quando chiama il tuo numero devi essere velocissimo a ordinare, senza dimenticare niente. Lui si ricorda la tua faccia e cosa hai ordinato, e una volta cotta la carne passa il panino alla collega per la guarnizione verdurine-salse. Cerco di infilarci più ingredienti possibile, allungo il braccio e afferro il mio paninozzo, che pesa almeno mezzo kg. Finalmente mi siedo a uno dei tavolini tondi e mi godo la vista delle gru del porto al tramonto. Che goduria!

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Il Comandante Massoud

Per uscire da Kabul ci vuole almeno un’ora. La periferia della città è grandissima, fatta di piccole costruzioni, case di mattoni e tetti in lamiera, mercati sterminati di frutta, verdura, animali appesi e oggetti di plastica. All’inizio mi stupivo della quantità di bacinelle, recipienti, bidoncini in vendita; poi ho capito che in un paese dove la maggior parte delle persone non ha l’acqua corrente in casa, questi oggetti di plastica sono davvero la cosa più utilizzata. La macchina procede lentamente per non investire pedoni, carretti e biciclette che fanno lo slalom tra il traffico. La zona che preferisco è la strada che passa tra le colline, dove si trova anche quella dei ripetitori della TV (TV Hill), con le pendici piene di casette di fango dagli infissi colorati: verde, rosso, blu, i colori spiccano dall’insieme omogeneo marroncino. Passarci di notte è ancora più suggestivo, con le luci accese dentro le case piccolissime… sembra di essere in un presepe.

Siamo tutti incolonnati verso il restringimento che si forma quando dalla provincia di Kabul si passa a quella del Panjshir, dove una specie di frontiera segna il confine. Dopo, la strada si allarga fino a due corsie per senso di marcia, spariscono le buche e finalmente possiamo viaggiare. E finalmente posso aprire il finestrino e respirare un po’ di aria pulita!

L’escursione in Panjshir è una gita fuori porta molto comune tra gli abitanti di Kabul, per passare una giornata nella natura, in riva di qualche fiume a mangiare peschi fritti. E siccome oggi è sabato, io e alcuni colleghi abbiamo deciso di seguire la tendenza, e di andare verso un po’ di tranquillità. La regione si sviluppa in lunghezza, seguendo il fiume omonimo che con la sua acqua limpida e ghiacciata scava un canion, regalando vedute mozzafiato. Tutto intorno prati verdissimi, alberi, villaggetti, capre al pascolo. Nello sfondo, montagne. Per la prima volta vedo un Afghanistan diverso, rigoglioso, dalla natura sorprendente. Mi sembra così strano, abituata all’aridità e alla distruzione di Kabul…

Ai lati della strada si trovano tantissimi piccoli cimiteri. Si riconoscono dalle bandiere bianche e verdi (i colori dell’Islam) un po’ sfilacciate che sventolano appese a ramoscelli e bastoni di legno. Vi sono sepolti i Martiri della Rivoluzione. Si trovano anche moltissime carcasse di carri armati sovietici, circondati dal grano e arrugginiti sono finalmente innocui e si possono utilizzare come set fotografico d’eccezione.

Non si direbbe a vederla adesso, così pacifica e silenziosa, ma la vallata -dagli anni 70 fino a pochi anni fa- è stata un grande campo di battaglia. Dal 1979 al 1989 è stato il principale centro di resistenza dei mujahiddin afghani contro il governo di Najibullah e le forze militari sovietiche. In effetti questa è stata l’unica zona dell’Afghanistan che abbia saputo con successo resistere all’aggressione e al controllo sovietici. La Vallata è divenuta poi un importante punto di resistenza contro i Talebani quando questi presero il potere in Afghanistan nel 1996, al termine della guerra civile. Per questo la valle è punteggiata di tombe e residuati bellici.

Attraversiamo tanti piccoli villaggi dalle case di fango, ma in questo contesto non trasmettono quel senso di desolazione che danno a Kabul. Poi iniziamo a salire un po’ per i tornanti di una collina, verso la meta del nostro viaggio: la tomba del comandante Massoud, capo dell’insurrezione anti-comunista prima e della lotta ai Talebani poi, originario di questa regione, che per il suo coraggio si guadagnò il soprannome di Leone del Panjshir.

Ahmad Shah Massoud fu ucciso da un attentatore suicida il 9 settembre 2001; è morto quindi poco prima di vedere la caduta dei Talebani, anche se forse sarebbe stato dispiaciuto anche di vedere il suo Paese invaso da altre forze armate straniere, per l’ennesima volta. Qui è celebrato come eroe nazionale, una specie di partigiano che ha combattuto per la libertà della sua terra, e tutta Kabul e il Panjshir sono tappezzati di sue foto e gigantografie, che lo ritraggono mentre ride, legge, prega.

La tomba si trova nel cuore della valle, proprio in cima alla collina, per essere vista anche da lontano. Una volta arrivati, la strada finisce, e da lì si può osservare il resto della vallata, con i suoi campi coltivati. La costruzione è un mausoleo in piena regola, un baldacchino formato da 4 portali ad arco, che culminano in una grande cupola. L’entrata è sorvegliata da due combattenti armati di kalashnikov. Dalle scarpe ammonticchiate capisco che devo entrare scalza, e che dentro ci sono un sacco di persone. E infatti, attorno la tomba coperta da tappeti e fiori finti, trovo tanti uomini inginocchiati e assorti. Un signore sta addirittura sull’attenti, e non si muove di un centimetro per tutto il tempo in cui rimango dentro io.

Dopo poco esco, e mi accorgo che ho trattenuto il respiro per tutto il tempo, forse per la suggestione, o per non infastidire chi, lì dentro, stava pregando. Così respiro a fondo l’aria frizzantina e mi guardo intorno. Solo montagne e valli verdi. Davvero un bel posto per il riposo di un Leone.

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Cosa si fa il primo sabato di saldi? si può già aprire un dibattito lungo un paio d’ore su questa domanda. Tendenzialmente un uomo dirà “continuo a fare le stesse cose degli altri sabati”, mentre una donna, più probabilmente, starà già correndo verso il centro città e i suoi negozi pieni di belle cosine dai prezzi ridotti.

Quelli che si vogliono fare davvero male (o molto bene, dipende dai punti di vista e dalla salute del portafoglio) possono scegliere di andare in uno di quegli outlet ai bordi delle autostrade, situati in pianure desolate e lontane dai centri abitati, posti degni di un quadro di De Chirico, con tante piazzette, edfici dalle forme proporzionate e aggraziate e dai colori pastello, mondi ideali che nella realtà non esistono. Per giunta questi posti sono naturalmente dotati di manichini. Davvero un paradiso terrestre per il pittore metafisico…

Suggerisco di dare un’occhiata un pò più da vicino a questo mondo surreale, scegliendo, per esempio, l’outlet di Serravalle Scrivia, situato nella pianura Alessandrina orientale, perfettamente collegato e a 80 KM di distanza dalle 3 città del triangolo industriale.

Sabato 8 gennaio, giornata uggiosa, cielo coperto, pioggerellina fine fine. Il parcheggio è davvero gigante ma fatichiamo a trovare un posto; così decidiamo di tampinare tutti i pedoni alla ricerca di qualcuno che ha deciso che per quel giorno può anche bastare. Piazzata finalmente la macchina, ci avventuriamo dentro e iniziamo a esplorare.  Basta poco tempo per capire che la popolazione presente si divide in due categorie distinte: gli Entusiasti e i Trascinati.

Della prima fanno parte sicuramente tutte le donne, ma non è raro trovarvi anche qualche uomo consapevole e alla moda. Anzi, per dirla tutta, gli uomini che rientrano in questo gruppo sono anche più convinti delle donne. I componenti si distinguono per il passo sostenuto (a meno che non siano fermi davanti alle porte di un negozio, in attesa che il buttafuori conceda loro di entrare, ma anche in quel caso non si rilassano, anzi, si preparano mentalmente per il prossimo round) e le braccia piegate in avanti che terminano in un pugno chiuso, tipica posizione da chi si appresta a tirare due colpi di boxe. Nel gruppo vige un clima da competizione e la tensione si taglia col coltello. Tutti sono potenziali nemici, perchè se hai trovato qualcosa che ti sta bene, vuol dire che c’è un cappotto/una maglia/un paio di scarpe in meno a mia disposizione. Ad ogni modo, prevale l’entusiasmo (appunto) e la sicurezza di trovare l’occasione.

Della seconda categoria invece fanno parte tutti gli uomini (o almeno quelli che non rientrano nella prima). E’ quasi impossibile trovarvi delle donne all’interno: se ci sono, è perchè si sentono male, e comunque è solo una situazione passeggera, perchè le donne per natura rientrano nel gruppo degli Entusiasti. I Trascinati si riconoscono dal passo lento, dagli occhi rivolti verso il basso, dal rumore delle scarpe che strusciano per terra, gesto che esprime tutta la sofferenza di trovarsi in quel luogo, a seguito delle più agguerrite mogli/fidanzate/mamme.

Se anche tutti gli scaffali e gli appendini fossero svuotati, gli Entusiasti continueranno a entrare anche 3 volte nello stesso negozio, fino alle 22, ora di chiusura. Per questo lo sguardo dei Trascinati è vuoto, mentre si trascinano (appunto) da un negozio all’altro e sperano che la terra si apra e inghiotta tutto (negozi, casette, manichini, ma soprattutto gli Entusiasti) in una immensa voragine, perchè questo è l’unico modo di portare gli Entusiasti a casa…

*chiara-jan*

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in Iran…prima o poi…

Ho appena finito di leggere un libro molto bello: “La gabbia d’oro”, di Shirin Ebadi, attivista iraniana per i diritti umani e Premio Nobel per la Pace nel 2003. Nel libro racconta la storia molto triste e commovente di una famiglia iraniana, strettamente legata alla storia dell’Iran dagli anni ’50 a oggi.

Shirin Ebadi, oltre ad essere un’avvocato estremamente in gamba, è anche una narratrice speciale, che riesce a dipingere situazioni e trasmettere emozioni che fanno sentire vicino e familiare un mondo lontano e sconosciuto come quello persiano. Anche nel suo primo libro, “Il mio Iran”, in cui raccontava la sua vita, era riuscita a descrivere con semplicità e accuratezza la situazione disperata del popolo iraniano, da anni stretto in una morsa di repressione e violazione di tutte le libertà fondamentali.

Nel settembre 2007 ho avuto la fortuna di ascoltare un suo intervento durante il Festival della Spiritualità di Torino. Mi ero appena trasferita nella città sabauda, e non potevo credere che avrei potuto vederla e ascoltarla di persona, dopo che per la mia tesi di laurea avevo letto i suoi articoli e studiato della sua attività a difesa dei diritti umani delle donne e dei bambini iraniani. Alla fine del suo lungo intervento ho fatto la fila, come tante altre persone, per stringerle la mano e ringraziarla per la lotta che porta avanti.

Rileggere le sue parole mi ha fatto tornare il grande desiderio di un viaggio in Iran, desiderio che ho da molti anni, alimentato dai libri che ho letto e che mi hanno fatto scoprire un paese dalla storia antichissima e dalle affascinanti tradizioni. Il primo della lista è stato “Salam Maman”, di Hamid Ziarati, il quale racconta la storia della sua famiglia prima e dopo la rivoluzione vista attraverso gli occhi di Alì, il più piccolo componente della famiglia. In quel libro avevo letto per la prima volta dei festeggiamenti del Nowruz, il capodanno iraniano, che risale alla religione zoroastriana e si celebra in corrispondenza dell’equinozio di primavera. La tradizione prevede che la famiglia si riunisca attorno ad un tavolo ornato di candele (una per ogni componente), sul quale si devono mettere 7 oggetti che iniziano con la lettera S, per rispettare la regola dello “Haft Sin” (che in farsi vuol dire proprio “sette S”).

A quel libro ne era seguito un altro, “Alla ricerca di Hassan” di Terence Ward, la storia di una famiglia americana costretta dalla rivoluzione a lasciare l’Iran, e a separarsi da Hassan, cuoco e amico fidato. Sarà proprio il ricordo di Hassan e di quel magico paese che li aveva accolti, a riportarli tutti in Iran, in un viaggio che tocca tutte le città e le mete più importanti del paese, per rivivere passate emozioni e tentare di ritrovare il caro amico. Quel libro, oltre a descrivere le bellissime città di Shiraz, Isfahan, Mashad, si soffermava sulle prelibatezze della cucina persiana e sui piatti tipici, che l’autore evoca con nostalgia, come il riso con pollo allo zafferano, dalla deliziosa crosticina croccante.

Azar Nafisi, nel suo “Leggere Lolita a Teheran”, racconta la storia autobiografica di una professoressa di letteratura inglese all’Università di Teheran, costretta dal regime islamico a sospendere le lezioni, che però continuerà a tenere segretamente per una cerchia ristretta di sue studentesse sottoforma di seminari. Durante gli incontri vengono letti classici della letteratura come Lolita, Cime tempestose, Washington Square, e nel frattempo le studentesse iniziano a fraternizzare, raccontando ognuna le proprie difficoltà e sfide quotidiane. Ero rimasta colpita da quella narrazione che è allo stesso tempo un atto d’amore per la letteratura e una beffa per chiunque tenti di proibirla.

Quasi per caso mi sono imbattuta, qualche anno dopo, in “Lipstick Jihad”, di Azadeh Moaveni. Avevo trovato il libro nella piccola biblioteca dell’Ambasciata di Kabul, e quello era uno dei pochi libri che mi erano sembrati interessanti. Così avevo letto della protagonista, una giornalista irano-americana che nel 2000 si trasferisce a Teheran come inviata di un quotidiano di Los Angeles. Decisa a ritrovare le sue radici e a scoprire l’autentica identità del paese, scopre e descrive con sguardo ironico e provocatorio la generazione dei giovani, tra trasgressioni, droga, musica e mode occidentali.

Ultimo, importante, pezzo del puzzle: “Persepolis”, di Marjane Satrapi, un fumetto autobiografico in cui l’autrice racconta la sua vita e la storia dell’Iran, riuscendo a trattare , grazie anche alle divertenti illustrazioni,  argomenti scottanti quali la politica e la rivoluzione con disarmante leggerezza e sincerità.

A tutti coloro che sognano un viaggio in Iran consiglio di leggere questi libri e di iniziare a viaggiare, almeno con l’immaginazione… nell’attesa di prendere, un giorno, un aereo per Teheran…

*chiara-jan

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