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Archive for dicembre 2010

la copertina del libro

Ricordate il mio post di qualche tempo fa sui passatempi afghani? Verso la fine parlavo di quel libro che, con tanta fortuna, avevo scovato nel negozio del libraio di Kabul, “An historical guide to Afghanistan” della scrittrice-antropologa-archeologa americana Nancy Hatch Dupree.

In quel post però non avevo raccontato la cosa più bella, e cioè che io con quella signora ci ho cenato! incredibile, vero? anche perchè quella signora all’epoca (cioè 3 anni fa) aveva 90 anni ed era (ma spero che sia ancora) una simpatica vecchina dai capelli bianchi e lo sguardo sveglio.

L’Ambasciatore aveva deciso di conferirle una delle più alte onorificenze dello Stato Italiano, dato che con il suo libro, tutt’ora uno dei più belli e completi sull’Afghanistan, aveva contribuito a rendere celebre l’arte e la storia di questo antico Paese.

Prima di partire per Kabul, mentre cercavo di documentarmi con alcune letture sul Paese, avevo saputo dell’esistenza di questo libro, e volevo leggerlo a tutti i costi. Così avevo scoperto che l’unica copia presente in Italia era in una biblioteca di Venezia, e me l’ero fatto spedire tramite prestito interbibliotecario, pagando perfino i soldi dei francobolli. Ma ne era valsa la pena: nonostante il libro parli di un paese che purtroppo non esiste più, quella lettura mi era davvero servita per entrare nello spirito giusto per un viaggio in Afghanistan, e mi aveva fatto sognare…

Figuratevi la mia gioia quando l’Ambasciatore mi dice che organizza una cena per l’autrice del libro,  e soprattutto quando invita anche me!! Lo avrei abbracciato…

Ma facciamo un passo indietro. Nancy Hatch, nata nel 1926, era arrivata in Afghanistan nel 1962, per un viaggio nella Valle di Bamiyan, alla scoperta dei famosi Buddah distrutti nel 2000 dalla furia talebana. Nancy invece aveva avuto la fortuna di vederli ancora integri, e da quella visione si era accesa la scintilla di un amore che l’avrebbe fatta rimanere in quel paese per il resto della sua vita. Anche perchè nel frattempo nel suo cuore si era accesa un’altra scintilla, quella per l’antropologo Louis Dupree che, come lei, si era innamorato dell’Afghanistan e aveva deciso di farne l’oggetto dei suoi studi. E così avevano vissuto insieme in Afghanistan, fino al 1989. Poi, alla morte del marito, date anche le scarse condizioni di sicurezza, Nancy si era trasferita in Pakistan, per fare ritorno a Kabul solo di recente. 

Al termine della serata, vincendo la timidezza tipica di chi si ritrova di fronte a personaggi leggendari, l’ho salutata e le ho raccontato che per leggere il suo libro avevo fatto l’impossibile… lei era rimasta molto colpita, e con piacere mi aveva autografato il libro (che avevo comprato qualche mese prima, ignara che avrei conosciuto l’autrice) con una bella dedica.

Per me è stato davvero come incontrare un mito…che so…come incontrare Jane Austen! Solo che lei è morta da un pezzo! Questa signora invece tiene ancora duro, nonostante l’età.

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Torino è casa mia

Qualche settimana fa, passeggiando in centro a Torino col naso per aria, mi sono imbattuta in una targa in marmo tra via Carlo Alberto e la piazza omonima. «In questa casa Federico (!) Nietzsche conobbe la pienezza dello spirito che tenta l´ignoto/ la volontà di dominio/ che suscita l´eroe// qui/ ad attestare l´alto destino/ e il genio/ scrisse “Ecce homo”/ libro della sua vita // a ricordo/ delle ore creatrici/ primavera autunno 1888/ nel I centenario della nascita/ la città di Torino/ pose/ 15 ottobre 1944 a. XXII e.f.».

Insomma, Federico (!) viveva uno stato di grazia, che descrive anche nelle sue lettere, e che è in gran parte da attribuire all’effetto che la città sabauda ha su di lui: scriveva infatti di come lo affascinassero i dritti viali alberati, le piazze scenografiche e spaziose, gli edifici regolari ed eleganti che la fanno assomigliare a Parigi. Gli sembrava che Torino fosse stata costruita apposta per lui.

Ora, è vero che Nietzsche era prossimo alla follia, ma questa sensazione non se l’era inventata di sanapianta. Torino ha questo effetto su molte persone, me compresa: riesce a darti l’impressione di essere stata creata per te, che cammini per le sue strade perpendicolari col naso all’insù, per osservare i comigoli e gli abbaini dei palazzi. Ti fa sentire un re (o una regina) con quell’atmosfera quieta ed eterea, che rende al meglio in autunno, quando gli alberi che fiancheggiano il Pò si colorano di giallo e arancione, e la sera si alza una leggera nebbiolina.

Di passeggate a Torino ne ho fatte davvero tante durante i 10 mesi trascorsi lì, anche perchè abitavo in una casa freddissima dove il riscaldamento funzionava a intermittenza, quindi per stare al caldo spesso era meglio uscire e scaldarsi con una camminata, o infilarsi in qualche caffè di quelli belli storici dove fanno una cioccolata buonissima, oppure in uno dei tanti cinemini del centro.

La casa però, nonostante il freddo, era troppo carina, al quinto e ultimo piano di un palazzo antico, con i terrazzini interni e i ballatoi che si affacciavano sul cortile interno -le famose case a ringhiera-, nel quartiere multietnico di San Salvario, attaccato alla stazione di Porta Nuova. Un quartiere vivo e vivace, con tanti negozi etnici, locali interessanti e una moschea proprio di fonte alle mie finestre. Mi ci è voluto un pò prima di capirlo, che dall’altra parte della strada ci fosse un luogo di preghiera musulmano…ogni giorno, affacciandomi dal balcone, vedevo persone prostrate che pregavano, ma pensavano che fossero tante persone costrette a dormire nella stessa stanza…ma poi, un venerdì che ero rimasta a casa dal lavoro, vedendo uscire un numeroso gruppo di persone intorno alle 12, avevo finalmente capito che non era un dormitorio di fortuna, quello di fronte, ma la moschea di San Salvario.

Quel quartiere mi ha conquistata fin da subito con la sua multiculturalità: pusher di colore agli angoli delle strade, pakistani con i loro negozietti aperti 24 h, signorine in minigonna che passeggiavano su e giù anche loro h 24, con tutte le varianti metereologiche. Due numeri civici più giù c’erano invece i vigili urbani, da cui il mio ragazzo era diventato di casa, perchè ogni volta che veniva a trovarmi e lasciava la macchina, andava a chiedere se per caso non fossero cambiate le regole del parcheggio dall’ultima volta che aveva posteggiato.

Un mondo che non ti aspetti, a due passi dalle elegantissime Piazza S. Carlo e Piazza Castello, dove hanno passeggiato Re e Regine d’Italia (quelli veri però), grandi personaggi come Cavour e D’Azeglio, irriverenti poeti come Guido Gozzano, che di Torino, nell’omonima poesia, scrive “un pò vecchiotta, provinciale, fresca/tuttavia d’un tal garbo parigino”, indovinando molto prima di me la chiara somiglianza con la capitale francese.

Torino mi manca molto, e cerco di tornarci spesso, per trovare gli amici e respirare quell’area raffinata e distaccata che tanto aveva affascinato anche Nietzsche. A Torino mi sono sentita a casa, come mai mi era successo con altre città italiane. Una città che mi accoglie ogni volta di buon grado, perchè, come scriveva il Poeta “la metà di me stesso in te rimane, e mi ritrovo ad ogni mio ritorno”.

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