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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 780 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 13 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Mi rimproverano sempre di essere una di quelle persone che vanno tanto in giro all’estero, Iran-Giappone-Marocco-Uzbekistan, snobbando le bellezze locali.
Va bene, dico, facciamoci una gitarella nei dintorni, una roba tipo all-inclusive da villaggio vacanze, così provo anche questa. Pasti, pernottamenti, intrattenimento tutto compreso: un bel ricovero in ospedale!
Adesso vi racconto nel dettaglio.

Il mio ultimo ricordo prima di cadere in catalessi da anestesia è un poco piacevole “lama n. 4”. Infatti avevo sperato ardentemente di addormentarmi presto per non sentire altro.
Il primo ricordo, appena svegliata, è un freddo boia e una strana sensazione di rivoluzione nella pancia. Parlavo, ma nessuno mi sentiva. Poi ho capito che era perché non mi usciva la voce: dopo un bel taglio verticale in pancia, i miei addominali erano andati a farsi benedire. Ma dato che sbattevo i denti tipo Siberia a gennaio, mi avevano piazzato lo stesso un bel tubo che sparava aria calda sotto l’ascella.
La cosa peggiore è stata quando, ancora immersa nei fumi dell’anestesia, nella mia stanza si affaccia un prete. “Ecco!” ho pensato “E’ qui per me, non ce l’ho fatta. Maremma impestata ladra!”.
Poi ho scoperto che preti e suore circolano liberamente nelle corsie d’ospedale per fare due parole con chi lo desidera. Benissimo! però mettete un bel cartello fuori dal reparto “se vedete un prete, non è lì ESPRESSAMENTE per voi”.

Insomma, i primi giorni:
a) sei a digiuno totale. Niente cibo per 76 ore. Nel complesso, considerando anche i due organi interni in meno, ho perso 5 kg in 5 giorni. Ci sarebbe tutto il materiale per il remake del celeberrimo film “7 chili in 7 giorni”: meno efficace, ma anche più breve. Il risultato è assicurato: niente ti fa perdere peso come il non mangiare, ed è molto più economico e veloce di dieta e dietologo;
b) sei legato da una selva di tubi e fili che ti rendono molto simile a Robocop;
c) hai uno spillo stile voodoo piantato nella spina dorsale che, mi avevano detto con tono rassicurante, “impedirà agli impulsi del dolore di arrivare al cervello, così non sentirai niente!”. Peccato che sentissi TUTTO. Per questo ho amato all’istante l’infermiera che per prima mi ha sparato un bell’antidolorifico in vena. “Non devi stare male” mi ha detto. “se senti dolore si fa un antidolorifico”. In pratica funziona come al bar: chiami l’infermiera, chiedi un antidolorifico come fosse un aperitivo, e in meno di due minuti ti portano qualcosa. Io li ho provati tutti: endovena, sublinguale, intramuscolo, pasticcone.

Poi, appena stai meglio, inizi ad avere una vita quasi normale. In primis, ti staccano i tubi: basta catetere-flebo-spillo nella schiena.
Finalmente, dopo 72 ore di digiuno si riprende a mangiare!! Inutile dire che il mio primo semolino aveva il sapore di un’aragosta. E non parliamo del primo pollo bollito!! Più buono di un’anatra all’arancia! (A questo proposito, vorrei spezzare una lancia a favore del cibo all’ospedale: un po’ insipido, ma nel complesso abbondante e soddisfacente).
La routine da ospedale prevede, nell’ordine:
-sveglia h 6
-passaggio delle signore delle pulizie
-passaggio infermiere per rilevamento febbre-pressione-prelievo sangue.
Terminati questi primi step, sono all’incirca le 6.45. In attesa della tanto agognata colazione, si può fare un giretto al bagno e lavarsi, considerando i tempi tecnici che servono per alzarsi dal letto, fare 50 mt che ti separano dal cesso, espletare le varie attività e percorso a ritroso, tutto in assenza totale dei muscoli addominali. L’ultimo giorno avevo totalizzato un tempo record di 32 minuti netti!
Dopo colazione, medicine e medicazioni; quindi, una prateria di tempo fino al pranzo, da impiegare a piacere tra: tv, letture, SettimanaEnigmistica, chiacchere con la vicina di letto, micro-pisolini.
Il pomeriggio arriva il dottore, che ti chiede come stai, passa a ravanarti la pancia dicendo “non ti faccio male, vero?” (-insomma, veramente un po’ sì…- e lui “certo certo, un po’ è normale”, -ah, ok!).
Dopo il dottore, passa suora/prete di cui sopra, a salutare (datemi retta: un bel cartello di avvertimento, così evitiamo ulteriori ricoveri per infarto). E poi niente, si aspetta la cena, scommettendo sul menu: purè e tacchino? o pastina in brodo e omogenizzato?

Insomma, non dico che sia un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita… Però io all’ospedale non ci sono stata per niente male! 😉

logoCome scrivevo qui, il mio Tifoso della Roma non vuole andare quasi mai a vedere le partite allo stadio. Dice di volerci andare, sembra quasi che pianifichi le trasferte, ma poi dice che porta sfiga, e la guarda sul divano di casa. Al massimo, proprio a voler strafare, va a vedere quelle facili (cioè quelle contro il Siena, il Sassuolo, il Livorno). Però, così dicendo, se la gufa da solo, quindi anche le partite ritenute facili di solito finiscono maluccio (insomma potevan finire meglio).
Tuttavia, nella mia (ancora breve) esperienza di vita con un Tifoso Romanista c’è stata una eccezione, esattamente 5 anni fa. All’epoca vivevo a Torino e in un eccesso di vitalità, mio marito (allora fidanzato) mi ha portato allo stadio a vedere Juve-Roma, sfidando tutte le sfighe. Non poteva scegliere occasione migliore: partita in notturna, un freddo porco come solo a Torino può fare la sera del 23 gennaio. Io quindi mi preparo di conseguenza: collant sotto ai jeans, due maglioni, piumino, stivali, e per concludere guanti-sciarpa-cappello. Mentre ci incamminiamo verso lo stadio (io come il famoso omino della Michelen, il Tifoso Romanista scaldato dal sacro fuoco dell’amore per la Maggica), osservo le persone che trasportano dei fagottini e oggetti simili… aspetta… sono coperte!?!? pile, lana… e piano piano capisco che morirò di freddo. E io che pensavo di essermi premunita a dovere!!
Ma la serata è appena iniziata e non c’è tempo da perdere pensando al gelo che patirò! c’è piuttosto da capire da dove guarderemo la partita. Perché chiaramente abbiamo i posti assegnati, “ma tanto possiamo spostarci, anzi magari riusciamo ad andare in curva con gli ultrà” mi dice il Tifoso Romanista che è ormai in trance da pre-partita e è già partito per la tangente. Ed ecco che, dopo i tornelli, mi trascina verso la curva. Non so come riusciamo a entrare, e improvvisamente mi trovo in mezzo a un delirio di bandiere, botti, fumogeni, cori, che mi sembra di ribaltarmi di sotto. Lui ormai non ci capisce più niente. Però, quando mi scoppia un petardo a mezzo metro che neanche a Kabul mi ero mai trovata in una situazione simile, non ci capisco più niente nemmeno io e scappo. Un poliziotto ci apre il cancello e ci fa uscire. “Solo perché c’è la signora, altrimenti ti facevo rimanere lì!”. Ma per fortuna riusciamo a guadagnarci un posticino tranquillo, in mezzo ad altri romanisti camuffati, e finalmente iniziamo a goderci la partita. Cioè, lui se la gode, io inizio a ibernarmi. Un processo lento ma costante, che mi vede seduta su un seggiolino di plastica gelida, sempre più ferma e bianca, a sbuffare nuvolette di vapore. Intorno a me gente avvolta nelle coperte, col passamontagna, una signora in pelliccia come non ne vedevo dal 1989.
Ora non sto a dilungarmi sui dettagli, tanto li racconterei male. Quello che ricordo è che, verso la fine, la partita era sull’1 pari. Poi, a pochi minuti dalla fine, Riise (un giocatore norvegese che mi stava molto simpatico perché giocava sempre a maniche corte anche quando faceva -5°, come in questa occasione) segna il gol decisivo.
Inutile dire che almeno un quarto dello stadio viene giù, perché a quel punto la partita è finita. Mi giro per guardare la reazione del Tifoso Romanista e… non lo vedo! Che si sia buttato di sotto per abbracciare Riise e tutti gli altri? poi lo scorgo, abbracciato a due signori (presumo Romanisti anche loro), che salta e grida. Corre da me, mi abbraccia, poi corre verso la balaustra, poi si abbraccia con un ottantenne seduto a pochi sedili da noi, che era stato tutta la partita col plaid scozzese sulle gambe, e che adesso salta anche lui dalla gioia.
La folla defluisce pian piano, e io riesco a stento a trattenere la gioia incontenibile del Tifoso Romanista, che vorrebbe attaccare con le sue consuete telefonate fiume al padre e al fratello, come dopo ogni partita. Andiamo a piedi a casa, 4 km di passeggiata per decomprimere, ma cosa vuoi che sia dopo questa immensa gioia?
Io mio marito non l’ho mai visto così felice, neanche il giorno del nostro matrimonio…

Il gatto Giuliano

gattoGiuliano era un gatto persiano color miele, obeso, proprio come quello del film di Kiss Me Licia, se vi ricordate. E infatti l’avevo chiamato proprio Giuliano. Però era meno antipatico del gatto della tv. Anzi, a pensarci bene, era semplicemente apatico. Sopportava di tutto: sessioni dalla parrucchiera (io) con acconciature fatte di nastrini legati ai peli, travestimenti da cappuccetto rosso e simili con i vestiti delle mie bambole ad opera mia e delle mie amichette, spupazzamenti tipo peluche da togliere il fiato. Non so perché fosse disposto ad accettare questo mini-purgatorio da parte di una bimba di 8 anni: forse perché nel suo passato aveva sopportato inferni ben peggiori…

Io e mamma l’avevamo trovato un pomeriggio di fine agosto, mentre raccoglievamo more per far la marmellata, lungo i binari morti verso Cecina. Si era avvicinato da dietro, poi aveva iniziato a miagolare, e io non c’avevo capito più niente. Fu amore a prima vista. Nonostante fosse sporco da far paura (e anche pieno di pulci, ma questo l’avremmo scoperto dopo) me l’ero caricato e l’avevamo portato a casa. Il primo periodo mi ha attaccato di tutto (certo, ci vivevo in simbiosi, ma perché solo a me?): pulci, tigna… poi è guarito, e sono guarita anche io.

Ricordo la prima volta che vide la neve: era il 1990 e a Collesalvetti fece una nevicata pazzesca: Giuliano normalmente usciva a farsi una passeggiatina dalla finestra che dava sul tetto. Quando uscì quel giorno inizio a saltare a zampe rigide sulla neve, come fosse posseduto. Dopo un minuto tornò indietro: questa fu la sua brevissima ma intensa settimana bianca.

Quando il tempo migliorava, si metteva dentro le fioriere vuote in terrazza, e le riempiva con la sua ciccia e il suo pelo super lungo. Chiudeva gli occhi e sembrava che sorridesse al sole. Poi, una mattina di maggio, cadde, proprio da quelle fioriere. Forse si era distratto, chissà… certo era un gatto patatone! Lo trovò mamma spiaccicato per terra dopo averlo cercato invano per un’ora. Lo portò in casa e lo mise dentro a una cesta di vimini, sotto al mio letto. Mi ricordo benissimo quando tornai da scuola e mamma mi disse sottovoce che Giuliano era caduto e che non stava molto bene (ti credo, un volo di sei metri…s’era praticamente giocato tutte e sette le vite!). Era stato due giorni in coma, fermo immobile. Noi parlavamo tutti sottovoce e a casa c’era un clima da funerale. Poi il terzo giorno si alzò, come niente fosse, e si scofanò un vassoio di croccantini.

Un’estate l’abbiamo perfino portato in Sicilia! Viaggio in macchina, genitori davanti e lui dietro con me, sofferente. Fece tutto il viaggio a bocca aperta, rantolando per il caldo (l’aria condizionata a quei tempi esisteva solo per i miliardari, credo). Alle soste in Autogrill muoveva tre passetti, beveva un po’, e risaliva in macchina da solo. E se il viaggio fu pessimo (compresa una pipì a 20 km dalla meta, la cui puzza andò via solo quando vendemmo la macchina) la permanenza lo fu ancora di più: rimase spaesato per tutto il mese, e un pomeriggio addirittura scappò: attraversò la strada e si andò ad infilare a casa di un signore sordo; io l’avevo visto dal balcone e gli corsi dietro, entrando come un fulmine in casa di questo pover’uomo che non capiva cosa stesse succedendo. Lo cercai in tutte le stanze fino in camera, sotto il letto.

A natale, invece dell’albero, prediligeva il presepe. Quindi niente salti in alto verso le palline, come fanno tutti i gatti di questo mondo. No, sarebbe stato troppo faticoso! Molto meglio andare a piazzarsi dentro la grotta di Gesù Bambino, ammazzando pastorelli, galline e pecore che incontrava sul percorso, per guadagnarsi un angolo di paradiso, protetto e lontano (ma solo per pochi minuti) dalle mie grinfie.

382624_10152892879755691_1764814909_nSe dovessi dire ciò che più mi ha colpito del Giappone, o meglio cosa ricordo di più, a un anno e mezzo di distanza dal mio viaggio… senza dubbio penserei a quella estraniante sensazione di… non capire una mazza.
Ma come? direte voi… e Tokyo, il sushi, Kyoto, la fioritura dei ciliegi, i bento-box, i treni proiettile, i giardini, i ryokan, le Alpi Giapponesi?? tutto VERAMENTE stupendo, giuro, ci tornerei! però la prima cosa che mi viene in mente di quel viaggio è che ho trascorso 3 settimane a cercare di: decifrare ideogrammi nelle stazioni della metropolitana, capire il verso delle mappe publiche, capire dove scendere con il treno e via dicendo.
Ok, il personale degli alberghi parlava inglese. E c’era qualche scritta in inglese nelle stazioni dei treni e naturalmente in aeroporto… ma già nella metropolitana spesso si trovavano solo ideogrammi. Naturalmente il personale di servizio era estremamente gentile e disponibile ad aiutarci…sempre che riuscissimo prima a capirci. Perchè anche nella popolazione non è molto diffuso l’utilizzo dell’inglese. Quindi ecco, venendo dall’Italia, la cosa non mi colpiva più di tanto.
Semplicemente…era difficile capire e capirsi. E infatti, quando riuscivamo ad arrivare al monumento/tempio/palazzo che cercavamo, dopo aver vagato due ore e mezzo girandoci intorno (e giuro che non è questione di orientamento, perchè io sono pessima, ma Gabriele se la cava molto meglio di me!), o quando, ormai affamati e scoraggiati, riuscivamo a trovare il ristorante consigliato dalla Lonely comparando il numero di telefono sulla guida con quello dell’insegna (perchè almeno i numeri, ringraziando il cielo, sono arabi), più che turisti ci sentivamo Rambo in missione speciale.

Non potrò mai dimenticare il primo impatto con questa sensazione di essere tagliata fuori dal mondo: arrivati all’aeroporto di Osaka, ci dirigiamo alla stazione dei treni e chiediamo indicazioni per arrivare in centro. L’impiegato inizia a dire “Tennoji”. Ci guarda e ripete Tennoji. Io e Gabriele ci guardiamo e non capiamo. Gli mostriamo la cartina, lui ripete Tennoji, con una mimica praticamente inesistente, che non capivo se Tennoji volesse dire Benvenuti, oppure Non va bene, o Maledetti. Intanto si crea la coda dietro di noi, ma io non mi do per vinta e studio la piantina sulla mia fedele Lonely Planet. E finalmente trovo un tennoji!! OK, capito! bisogna CAMBIARE a Tennoji per raggiungere il centro. In fondo non era difficile. ci abbiamo impiegato solo 20 minuti a capire.
Da lì in poi è stato sempre peggio. Infatti è stato uno dei viaggi più epici e divertenti di sempre. Consigliatissimo, anche solo per provare cosa si sente a non capire assolutamente niente.

shibuyaIeri sera sono stata al concerto di Fabi Silvestri e Gazzè. Gran bello spettacolo che mi ricorderò a lungo. Durante una canzone hanno proiettato un video che conteneva alcune immagini di Tokyo, con il traffico interminabile (ma regolatissimo) e le migliaia di persone che si muovevano a piedi. E poi vedo l’incrocio di Shibuya, che prende il nome dall’omonimo quartiere.
Dicono che sia l’incrocio più affollato al mondo, con i suoi 5 attraversamenti pedonali che vengono azionati tutti insieme. Scatta il rosso per le auto, e in pochi minuti il centro della strada si riempie di persone: un caos ordinato come solo in Giappone, 2500 formichine a passo svelto e via, sguardo basso e diretti verso la propria meta. Pochi istanti ancora, poi la strada si svuota. E tornano le macchine.
La Lonely Planet consigliava di andare allo Starbucks del palazzo di fronte all’incrocio e osservare lo spettacolo da questo punto privilegiato. E siccome io faccio tutto quello che consiglia la guida (se non faccio così non sono contenta) sono andata da Starbucks, mi sono comprata due caffellatti giganti, così mi sarebbero durati un sacco di tempo, e poi con tanta pazienza ho aspettato che schiodassero coloro i quali avevano fatto la stessa cosa prima di me.
Finalmente, guadagnato il mio angolo di paradiso, mi lascio stregare da questo spettacolo. Ricordo benissimo qualche turista (credo proprio che non fossero giapponesi) che allo scattare del verde per i pedoni correva in mezzo all’incrocio per il gusto di essere solo là in mezzo. Poi si girava trionfante verso lo Starbuck per farsi scattare una foto dall’amico che stava lì, prima di essere raggiunto dagli altri 2499 pedoni.
Nel video del concerto si vedeva una persona travestita da coniglio giallo che attraversava per primo l’incrocio, saltando proprio come un coniglio. E così, dopo un anno e mezzo, mi è venuta voglia di raccontare l’incrocio di Shibuya, il vero ombelico del mondo (secondo me).

557307_10152061130225691_1180252978_nVi dicevo qui che noi Janeites siamo capaci di arrivare a livelli di feticismo e idolatria importanti. Ma chi non lo fa nei confronti del proprio mito? Del resto, se si pensa alla parola fan (abbreviazione dell’inglese “fanatic”) è tutto più chiaro.
E quindi, dopo i libri, i film, i blog… quello che mancava era una testimonianza diretta dei luoghi austeniani, per rivivere quelle atmosfere che, 200 anni prima, avevano ispirato la mia scrittrice preferita.
Si inizia con l’opera di persuasione per convincere il marito G., allora fidanzato, che sarà un viaggio bellissimo per entrambi, che vedremo posti interessanti e che non sarà assolutamente un viaggio alla scoperta esclusiva del mio mito. Così, date le sue svariate passioni, mettiamo dentro, in ordine:
– la visita al Lake District dove vissero Wordsworth e Coleridge, ispirati dai famosi daffodils;
– un giretto a Stratford-upon-Avon dove nacque Shakespeare;
– un tour di Bristol alla scoperta dei graffiti di Banksy, ma soprattutto
– una INTERESSANTISSIMA visita all’Old Trafford di Manchester, completa di tour degli spogliatoi e osservazione ravvicinata del famosissimo pitch (il pratino verde che non si può toccare, pena il taglione).

E poi, finalmente, arriviamo a Bath, dove Jane visse dal 1801 al 1809.
Ora c’è da dire che Jane non amava particolarmente Bath, e infatti anche il periodo trascorso lì fu poco produttivo dal punto di vista della scrittura. Fondamentalmente lei era fatta per la vita tranquilla di campagna, e Bath, con le sue terme che attiravano l’alta società, i balli, i tè e gli spettacoli non la ispiravano molto (anche se di sicuro questa esperienza le è stata utile per descrivere quel tipo di società nei suoi romanzi).
Bath tuttavia è una miniera d’oro per le Janeites alla ricerca di luoghi e dettagli della vita del mito. E’ infatti possibile:
– vedere (da fuori, ma vi assicuro che anche solo questo è emozionante) le case dove ha abitato: il n. 4 di Sidney Palce e il n. 25 di Gay Street;
– visitare l’interessantissimo Jane Austen Centre, un museo dedicato alla vita e alle opere di Jane, con annesso bookshop dove fare razzia di gadget (comprese le spillette I love Mr. Darcy/Willoughby), libri e dvd;
– prendere un tè nella Pump Room, la sala da pranzo delle Terme; o, più semplicemente,
– camminare per questa bellissima cittadina con gli occhi socchiusi, fingendo di essere ai primi dell’ ‘800, indossando una cuffietta ornata di nastrini e porgendo il braccio ad un bel giovane tipo Mr. Darcy (io avevo il mio fidanzato e me lo sono fatta andar bene 🙂 )

Bath rappresenta inoltre un’ottima base per esplorare i vicini luoghi austeniani: Chawton, il paesino nella campagna dell’Hampshire dove Jane visse gli ultimi nonchè più prolifici anni della sua vita, e Winchester, dove trascorse gli ultimi giorni di vita, e dove adesso riposa. Le due mete si possono anche visitare in un giorno, dal momento che l’autobus per Chawton parte da Winchester.
Quindi, arrivati a Winchester con il treno, attraversiamo velocissimamente tutta la cittadina (che in verità avrebbe meritato maggiore attenzione, ma il tempo era poco), diretti alla cattedrale della città, dove è sepolta Jane. Breve sosta dal fioraio e poi in chiesa, a salutare Jane con un mazzo di ranuncoli.
E dopo un po’ di contemplazione della tomba e anche un po’ di commozione, via verso la stazione degli autobus per prendere la corriera per Chawton!
Tale operazione all’apparenza semplice è stata per me notevolmente complessa, dato che dalla stazione degli autobus di Winchester, e in particolare dalla banchina accanto all’autobus per Chawton, partiva un autobus diretto a Crawley, che, per chi non lo sapesse, è il paese natale di Robert Smith, cantante dei Cure. Che mio marito G., allora fidanzato, adora. E quindi inizia la seconda opera di persuasione per convincerlo a salire sull’autobus giusto, con la promessa che la prossima vacanza che faremo in Inghilterra sarà tutta dedicata alla scoperta dei miti del rock britannico.
E finalmente, dopo un’oretta di viaggio, arriviamo. Sotto una pioggerellina very british percorriamo i 10 minuti di strada che ci separano dal cottage di Chawton. Io per la verità, più che percorrere, corro proprio.
Ed eccola lì, avvolta dalla nebbiolina, questa villetta di campagna circondata da un delizioso giardinetto, che racchiude cimeli preziosi come il piccolo scrittoio tondo, ma soprattutto l’atmosfera tranquilla e pacata che si ritrova nei romanzi di Jane. Il resto non si può spiegare: una grande emozione e il desiderio di rimanere lì ad osservare quei luoghi e respirare quell’aria il più a lungo possibile.